Apertura anno kafkiano a Termoli il 12 gennaio

Intorno all’autore della Metamorfosi e del Processo, di America e del Castello, sono state dette milioni di parole. Ma alla fine è come se non fosse stato detto nulla. Ed io dirò meno di tutti. Però, di balbettare qualcosa, proprio non riesco a farne a meno. Per questo (come per tante altre cose, letterarie e non) chiedo venia. E se, da una parte, la letteratura secondaria sullo scrittore praghese è sterminata, dall’altra Kafkiano è aggettivo di uso – e di abuso – comune. Non c’è imbecille alfabetizzato che non si compiaccia nel raccontare di aver vissuto una situazione kafkiana, nel definire kafkiana una certa cosa o una certa circostanza. Naturalmente, nel caso dell’imbecille alfabetizzato, kafkiano non è che un mero significante scevro di qualsivoglia significato. Mentre Kafka, il più torturato ed il più enigmatico degli uomini che nella terra degli uomini mai poté approdare – lo straniero, il singolo, lo scapolo metafisico, il disperso, il “santo posseduto dalla verità” secondo le parole di Gustav Janouch, il profeta che in qualche misterioso modo altresì antevide l’evento inconcepibile, il buco nero nella storia del mondo, la shoah: «Chi uccide un ebreo uccide l’uomo» –, è davvero, e forse più di chiunque altro, latore dell’infinita trascendenza del significato rispetto al significante.
Se la  vera letteratura – e tutta la vera arte – è sempre un mistero, Kafka è un mistero elevato a potenza. Come nessun altro costringe a domandare, attira nella vertigine, risucchia nel maelström della domanda. Inchioda alla domanda che non lascia scampo. Come nessuno, della domanda, insegna la pietà ed il martirio. Pungola ad ogni interpretazione, e ad ogni interpretazione resiste. Perché ad ogni frase di Kafka si spalanca un abisso che soltanto un dio irraggiungibile ed ignoto potrà o non potrà mai colmare; di certo non un critico. Forse il solo modo di approssimarsi a lui è accogliere la sua opera come l’inaudito frutto di una non metaforica rivelazione. Come un’epifania di nera abbacinante luce. Semplicemente leggerlo, magari perché si deve, è da stolti. Studiarlo poi è tracotanza e quasi blasfemia. Il miglior commento a certe pagine di Kafka è il silenzio, oppure la preghiera. Il silenzio della preghiera e la preghiera del silenzio. Perché certe pagine di Kafka trafiggono. E costringono ad inginocchiarsi. Penso a Il Processo, all’incontro tra Josef K. e il sacerdote, nella penombra del duomo di Praga; alla sconvolgente, alla letteralmente ipnotizzante parabola dell’uomo di campagna, letteratura che trascende se stessa quasi mutando in testo sacro. Penso all’epilogo di America, a quella pagina e mezzo inobliabile in cui gli occhi di Karl Rossmann si posano sul manifesto che reclamizza il grande Teatro di Oklahoma. Penso all’incipit straniante, supernaturale del Castello: «Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio, e guardò su nel vuoto apparente».
E qui entra in scena Pierfranco Bruni, e lo fa da protagonista, perché Pierfranco Bruni è il miglior protagonista della letteratura e dello studio costante, inarrestabile sull’antropologia.
Il suo libro “Kafka, la verità tragica” edito da Solfanelli editore e da pochissimi giorni in libreria. Questo lavoro sul narrato kafkiano apre una nuova interpretazione dei romanzi dello scrittore praghese, in cui l’amore ne è il labirinto e il cerchio, e riconcilia Kafka con i suoi personaggi in un’avventura letteraria ed ermeneutica. L’ermeneutica può avere personaggi? È qui la non ovvietà di questo lavoro. Un vicolo didascalico che ci conduce “per una vita altra e una vita oltre”.
     Questo Kafka di Pierfranco Bruni è un baule che racchiude ribellione e rivolta. Camus è di casa. Lo straniero – che, chissà, potrebbe essere identificato con l’Autore stesso – viaggia verso l’isola e giunge all’esilio. In tal senso, questo Kafka è anche un simbolico mosaico in cui gli echi e le voci giungono da un navigante che si trova spinto dalle onde omeriche verso il ritorno o verso le Colonne d’Ercole.
     Così Bruni ci provoca: “Chi vuole realmente capire ciò che ho cercato di dire, forse senza ovvietà, legga il libro. Sono disposto a mettere tutto in discussione in un’altra vita, in quella immortale che non conosce, a mio avviso bonario, accuse, colpe e procedimenti. Solo in questa vita sono ammessi gli avvisi di garanzia. Non è la bellezza che si consuma nel passaggio di un attimo. Siamo noi che ci illudiamo di poter fermare l’attimo in una eternità. Da qui le nostalgie si incavano nella vita”.
Nel convegno del 12 gennaio a Termoli si confronteranno su questo tema l’autore del testo Pierfranco Bruni, il Presidente dell’Ordine degli Avvocati Michele Urbano, il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Vincenzo Cimino, la psicologa Rettore del Centro Studi di Intelligence Antonella Colonna Vasile ed il Segretario provinciale Ugl Polizia di Campobasso Gianni Alfano. Gli indirizzi di saluti a cura di Luigi Iavasile per l’Ordine degli Avvocati e Franca De Santis per terra dei Padri. Il convegno accreditato dagli ordine riconosce crediti formativi ordinari per gli avvocati presenti e deontologici per i giornalisti.
A moderare l’incontro il presidente della Camera Penale di Larino avv. Roberto d’Aloisio.

Franca De Santis