Dopo il passaggio di consegne tra Mario Draghi e Giorgia Meloni …il significato della copia, in questa sala dell’affresco di Raffaello conservato in Vaticano

RAFFAELLO: L’INCONTRO DI SAN LEONE I CON ATTILA
di Gianluigi Chiaserotti
Sicuramente tanti o alcuni di voi hanno chiesto chi ha dipinto la bellissima tela rinascimentale che appare dietro
il primo ministro italiano nella sala dei Galeoni o delle Galere a Palazzo Chigi nel corso di conferenze stampa,
incontri istituzionali e/o “cerimonia della campanella” e quindi giuramento dei nuovi sottosegratari.
Si tratta di una copia dell’affresco “L’ incontro di Leone Magno con Attila” (circa 660×500 cm) di Raffaello Sanzio
(1483-1520) e aiuti, databile al 1513-1514.
L’affresco originale è situato nella Stanza di Eliodoro, una delle Stanze Vaticane affrescate dall’Urbinate, di cui<br>nel corrente anno cadono i cinquecento anni dalla morte,
I primi affreschi della stanza vennero realizzati da Raffaello già nell’estate del 1511, quando i lavori alla Stanza
della Segnatura non erano ancora terminati.
In particolare la scelta dei soggetti, legati ad interventi miracolosi per la salvaguardia della Chiesa, venne
suggerita dal pontefice e rifletteva il duro momento dopo le sconfitte contro i francesi, che avevano portato alla
perdita di Bologna ed alle minacce continue di eserciti stranieri nella penisola.
L’Incontro del Pontefice San Leone I detto “Magno” (440-461) [è uno dei due papi – l’altro è Gregorio I (nato nel
540), 590-604 – che soli meritarono il titolo di “Magno”] con Attila (406-453), Re degli Unni, in particolare
rappresentava la protezione divina della Chiesa contro i suoi nemici.
Forse, nell’immediato, il pontefice Giulio II [Giuliano Della Rovere (nato nel 1443), 1503-1513] voleva alludere
alla recente battaglia di Ravenna, che fu una delle battaglie combattute durante la Guerra della Lega di
Cambrai e si svolse il giorno 11 aprile 1512 (Santa Pasqua) nei pressi della città romagnola.
Per eseguire l’affresco Raffaello dovette distruggere una serie di Condottieri del Bramantino.
Non è chiaro se l’Incontro venne dipinto prima o dopo la Liberazione di san Pietro e quindi se sia il terzo o l’ultimo
degli affreschi compiuti nella stanza.
Sicuramente dovette essere eseguito già dopo la morte di Giulio II, e forse fu l’ultimo poiché in esso è più
evidente la rottura della simmetria rispetto alle altre scene della stanza.
Tra gli aiuti di Raffaello ebbe probabilmente un ruolo importante Giulio Romano (Giulio Pippi detto 1499-1546)
a cui taluni assegnano intere parti dell’affresco.
Si dice anche Lorenzo Lotto (1480-1556), ipotesi, però, che è stata esclusa, e ciò per i limiti cronologici.
La scena narra l’incontro, semileggendario, avvenuto nei pressi del Mincio nel 452, tra Attila e Papa Leone I che
avrebbe distolto il bellicoso capo barbaro dall’invadere l’Italia.
Come per la battaglia di Ponte Milvio (leggenda della Croce “In hoc signo vinces”) o la battaglia di Lepanto
(vittoria attribuita alla Madonna), la propaganda cristiana ne aveva fatto un episodio miracoloso, con
l’apparizione celeste di un vecchio in abiti sacerdotali che avrebbe terrorizzato gli assalitori, sostituito però
dall’Urbinate dai Santi Pietro e Paolo, protettori della Città Eterna.
Raffaello ambientò la scena nei pressi di Roma, con evidenti richiami alla situazione politica contemporanea.
Sullo sfondo a sinistra si riconosce infatti una città murata, una basilica, un acquedotto e il Colosseo, mentre il
colle su cui divampa l’incendio, a destra, è Monte Mario. I due gruppi contrapposti sono quanto di più diverso. Il
gruppo degli Unni si slancia estremamente dinamico e furente, bloccato però dalla sfolgorante apparizione degli
apostoli armati di spada in cielo.
A sinistra invece il Papa, con il suo corteo, procede ordinato e pacato nella sua infallibilità.
Una tale differenziazione è rispecchiata anche nel paesaggio, tranquillo a sinistra, travolto dal fuoco e dalla
rovina a destra.
Le fattezze del pontefice sono quelle di Leone X [Giovanni de’ Medici (nato nel 1475) 1513-1521], successore
di Giulio II, anche per l’omonimia con Leone I.
Il nuovo papa figurava però già come cardinale nell’affresco, l’ultimo a sinistra.
L’idea dell’omonimia piacque al nuovo pontefice, che lo scelse come tema per la stanza successiva, la stanza
dell’Incendio di Borgo ed in cui le composizioni non simmetriche avranno uno stile dominante