Giacomo Leopardi, lo sfigato che gridava VITA!

di Gioia Senesi

Era il 1798. Ed era oggi. 29 giugno.

In un natio borgo selvaggio, intra una gente zotica e vil, veniva al mondo il poeta anacronista, quello che più di ogni altro anticipo’ tempi e pensieri, e visse il Novecento e il male di vivere prima ancora che l’idea di Novecento, con la sua nausea e la sua noia, potesse essere anche solo lontanamente immaginata. Anticipatore, precursore, pioniere di filosofie e visioni del mondo. Un esule della Cultura e un apolide del Tempo. Uno che è anacronista perché è arrivato troppo presto, non troppo tardi come siamo abituati a dire comunemente. Questo gli sottrasse la possibilità, per ovvi motivi, di vincere il Nobel, ma in compenso gli procurò uno stuolo di fraintendimenti tant’è che oggi se dici Leopardi, nel migliore dei casi a eco ti ritorna “pessimista”, nel peggiore “sfigato”. Quel natio borgo selvaggio è, come tutti sanno, Recanati, colei che per prima “non comprese”, e quando si parla di città solo grammaticalmente si parla al singolare, dietro c’è tutta una comunità, una popolazione… Pietro Citati, critico e studioso inarrivabile della vita e delle opere leopardiane, afferma che per il poeta Recanati è il “male assoluto”. Ebbene, senza questo male assoluto, senza quell’ambiente, senza quella gente zotica e vil, senza quella grettezza, non ci sarebbe stato Leopardi. Certo, ce ne sarebbe stato “un altro” perché il talento poetico è sicuramente connaturato alla persona, ma non sarebbe stato “quel” Leopardi…quello che descriveva una ragazzina di ritorno dalla campagna con un mazzolin di rose e di viole, o che dalla solitudine di un passerotto traeva immagini di filosofie esistenziali o che, ricordando la festa domenicale appena trascorsa, si premeva il cuscino sulle tempie e piangendo pensava a come tutto al mondo passa e quasi orma non lascia. E di sicuro non avremmo mai saputo quanto possa spingere al sogno una siepe. Leopardi è più filosofo che poeta. Certo, quando è “poeta” lo è in modo insuperabile, ma Leopardi principalmente pensa e scrive in prosa, riempiendo migliaia di pagine di Zibaldone al cui confronto le poche decine di poesie impallidiscono. E Leopardi postula concetti che Nietzsche renderà eterni e universali con la sua filosofia. Uno su tutti, il concetto di “Amor Fati”. È in questi termini che va interpretato il pessimismo leopardiano. Leopardi notifica, registra il dato reale. È realista, pertanto. Se il mondo, banalmente, è “male”, perché chi rivela tale verità dovrebbe essere eticamente etichettato come “pessimista”?!? Ma Leopardi non si lascia travolgere mai. Sembra dirci… Accetta la tua vita pienamente con tutto l’amore, la passione per il tuo destino, comprendi che ogni limite è un motore, che ogni ostacolo è lì per spingerci a superarlo, a guardare oltre, dove di certo troverai il mare e l’infinito, ma soprattutto l’obiettivo non è tanto arrivare a questo “oltre”, quanto poterlo immaginare, poter immaginare di fare tutto, poter immaginare di vedere cosa c’è al di là. E se proprio non ci riesci…allora, isolati, fatti pastore o fatti solo pensiero, e osserva dall’alto, da lontano e, come farà poi Montale, vattene via zitto, tra gli uomini che non si voltano, col tuo segreto.

Se volete fare un regalo al poeta più bistrattato della Letteratura, oggi prendetevi una sua poesia, leggetela e sottolineate le “parole-chiave”, ovvero quelle più ricorrenti. Come diceva la mia prof del cuore, scoprirete che Giacomo Leopardi è il poeta di VITA VITA VITA, AGIRE AGIRE AGIRE, AMORE AMORE AMORE.

Buon compleanno, Giacomino!