Giuseppe Selvaggi, il centenario dalla nascita. Il giornalista poeta calabrese dal “Tempo” al “Messaggero”

di Pierfranco Bruni

Un incontro tra scrittori calabresi lungo i fili generazionali che hanno raccontato una terra di paesi tra mari e montagne. Nel centenario della nascita di Giuseppe Selvaggi, nato il 29 agosto del 1923 a Cassano Ionio, Cosenza, morto a Roma il 26 febbraio 2004, si propone una lettera inedita di Troccoli indirizzata proprio a Selvaggi in riferimento a Corrado Alvaro.
Infatti in una confessione rilasciata da Giuseppe Troccoli (Lauropoli – Cosenza, 1901 – Firenze, 1962), uno scrittore che ha raccontato il tempo e i paesi del Sud, a Giuseppe Selvaggi, e pubblicata dallo stesso Selvaggi in un articolo apparso su “il Tempo” dei 28 ottobre 1951, si parla della Calabria, di una Calabria che non c’è più ma di una Calabria il cui sentire nostalgico ci porta indubbiamente al tempo dei ricordi. Troccoli aveva pubblicato il libro di racconti dal titolo: “Lauropoli”.  
Alla domanda di Selvaggi che chiedeva: “Come ha visto il suo paese natale per il romanzo Lauropoli, dalla Toscana?” Troccoli così rispondeva: “in maniera semplicissima: attraverso il ricordo suscitato in me, nel turbine della guerra, per legge di contrasto. Ero sfollato in un paese di montagna e specie dopo l’8 settembre, le notizie tragiche si susseguivano con crescendo pauroso”. Spaccati di storia e di letteratura. un intreccio importante.
E ancora Troccoli: “Sedato nel dolore che tutti soffrivano in quei momenti, costretto nei mesi successivi a starmene tappato in casa, trovai conforto e sollievo nel riprendere le pagine dei mio manoscritto, sapendomi con l’animo nell’epoca felice della mia fanciullezza. Così rividi, potrei dire, casa per casa, vicolo per vicolo, il mio paese natale, nei suoi personaggi, nella sua vita quotidiana semplice e molteplice a un tempo nella sua atmosfera tanto più incantata quanto più essa rappresentava un mondo insensibilmente passato per sempre”.
La favola della Calabria, vista da Firenze, dava l’immagine di una terra, come lo stesso Selvaggi annota, i cui segni sono mítici, antichi e favolosi. E con la Calabria Troccoli ebbe sempre un dolce rapporto. Oltre ai suoi testi ciò è testimoniato dalla corrispondenza che mantenne proprio con Selvaggi.

Ci sono lettere che risalgono al 1939. In una. datata Firenze, 24. 11. 1945, annota scrivendo a Selvaggi: “Andrai in Calabria per Natale? lo sì. Passando per Roma, t’avvertirò se mai ci si possa vedere almeno alla stazione”.
Tra Troccoli e Selvaggi ci fu sempre un dialogo molto aperto. Vita e letteratura. Storia ed emozione.

Dalle lettere di Troccoli a Selvaggi si può evincere anche lo stato d’animo con il quale il Troccoli lavorava e preparava i suoi libri. Erano rispettosi amici e si stimavamo.
Un breve epistolario che comunque ci dà la dimensione di un dialogo costante tra due intellettuali e tra due poeti che hanno segnato il corso letterario calabrese di questi anni.
In un passo di una lettera datata Firenze 3. 12. 1945 si legge: “Spero rivederti a Roma al più presto. Mandami, per piacere, il recapito preciso di Alvaro, che mi saluterai alla prima occasione. (… ) lo sono intento all’ultima revisione dei miei manoscritti: Verga (studio) e L’ombra che nella mente posso (liriche)”.
In una dedica al Purgatorio dantesco Troccoli incide: “A Giuseppe Selvaggi, con affetto di compaesano e di amico”.
Era il 1951. Il sentimento di appartenenza è certamente un valore. Un valore forte che passa attraverso il recupero di quel tempo perduto che si fa identità.
In Selvaggi, appunto, Troccoli trovava quella “paesanità” che lo portava alle sue origini, alle sue radici, al suo mondo dell’infanzia e della fanciullezza.
Sempre nell’articolo dei 1951 (apparso su “il Tempo”) Selvaggi annotava, riferendosi a Lauropoli e in particolare ai personaggi che vi campeggiano, delle sottolineature che hanno un senso non solo letterario: “Tutte queste figure sono la Calabria , è fatta così la Calabria : un ammasso di figure umane contorte dalla miseria, dalla superstizione, dalla vanità dei piccoli casati paesani, dal dolore accumulato in secoli di rinunzie, contorte dalla necessità di andare lontano (…)”.

E ancora è importante questo inciso di Selvaggi al mondo di Troccoli, che era lo stesso mondo di Selvaggi: “i calabresi nel mondo: quegli esuli che siamo tutti noi fuori dalla Calabria, che con una rapidità assimiliamo quello che nelle altre regioni troviamo di utile alla nostra affermazione di uomini. Nasce così quello stacco evidente che un calabrese riesce a produrre nella propria vita e negli usi con un semplice viaggio oltre i monti della Lucania”.

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Un rapporto, allora, tra corregionali legati da un unico interesse che è quello dei senso di una appartenenza i cui valori di fondo diventano non solo testimonianza ma espressione letteraria. Un rapporto, inoltre, anche tra due generazioni. Generazioni che hanno vissuto l’età della diaspora e hanno raccontato il dolore della separazione, un dolore che si è fatto consapevolezza ma anche mistero.
Ho parlato di questo e di altro, in riferimento a Giuseppe Selvaggi, in un libro edito alcuni fa e pubblicato dalla casa editrice Il Coscile. Come Centro Studi e Ricerche Francesco Grisi porteremo avanti un progetto su Giuseppe Selvaggi istituendo anche un premio.
Selvaggi, giornalista del “Tempo”, del “Messaggero”, del “Giornale d’Italia”, incontrò Alvaro a Roma negli anni Quaranta del ‘900. Fece una delle sue prime interviste ad Alvaro nel 1945.
In Selvaggi il tempo della poesia resta sempre il tempo del viaggio.