Guglielmo Oberdan, la vita è gioia

Guglielmo Oberdan era arrivato nella capitale italiana nel 1878, appena ventenne, dopo una clamorosa diserzione dall’armata di Francesco Giuseppe. Caso tutto da studiare, quello di Oberdan. Ancora una volta l’idea dell’Italia come identità letteraria e linguistica, nel solco di Dante.
Scipio Slapater che penetrò come pochi la vicenda umana di Oberdan, anche perché l’aveva vissuta nello stesso filone di irredentismo intellettuale, scrisse una volta che il martire giuliano “sconta la storia antieroica di Trieste. Ma la sconta e la riscatta. Nella città che ha dovuto vivere utilitaria e calcolatrice egli è una apparizione di amore e di volontà santa. E’ l’eroe antistorico per eccellenza”.
Sotto un profilo utilitario o realistico, l’impresa di Oberdan era pressoché inspiegabile. Quando parte nel settembre 1882 per Trieste, con l’idea lampeggiante ma confusa di un possibile attentato a francesco Giuseppe non ha elaborato il benché minimo piano, ha solo un compagno di cordata, ha scarsi legami nella città, non obbedisce a nessuna visione di prospettiva.
Tutta la vita di Oberdan -ventiquattro anni in tutto- è preparazione di questo sbocco supremo che assomiglia a un’altra vicenda emblematica e testimoniale del Risorgimento mazziniano, il sacrificio dei fratelli Bandiera; il piu’ prossimo, per l’impossibilità dell’obiettivo e per la debolezza della preparazione.
La sua parabola umana? Come studente sceglie nel ’76 la facoltà di matematica di Vienna; segno che la sua decisione di rottura con la legittimità austriaca non è in quel momento ancora matura. Quello che lo richiama a Trieste è l’ordine di arruolamento nell’armata austriaca organizzata per domare la rivolta in Bosnia Erzegovina.
Qui scatta la molla della sua ribellione, diserta. Arriva ad Ancona alla metà del 1878 dove si appoggia al giornale repubblicano che è stato porto di tanti esuli ed emigrati: il <<Lucifero>> . Un titolo che risente della personalità del poeta che poi adorerà Oberdan e ne difenderà la memoria Giosue Carducci.
Giunge infine a Roma. Ma come arrivò il giovane profugo di Trieste al gesto disperato del <<regalo all’Imperatore>>? <<Regalo>> era l’espressione che egli userà in tutti gli interrogatori della polizia austriaca.
Per tre anni aveva sognato una spedizione garibaldina su Trieste, una specie di bis dei Mille.
Il ragionamento di Oberdan <<è di una grandiosità sublime nella sua semplicità>> raccontò un suo compagno di allora: <<Garibaldi, colui nel quale poteva mantenersi viva la causa di Trieste e Trento, è scomparso; nulla convien piu’ sperare nell’Italia ufficiale, occorre pertanto risvegliare l’iniziativa fra gli italiani, dando dei martiri alla santa causa>>.
Era un comando morale che egli poneva a se stesso. Si tornava alla lezione di Mazzini: <<Il martirio non è sterile mai. L’Italia vivrà quando gli italiani avranno imparato ad essere italiani, e perciò non vi è altro insegnamento che l’esempio>>.
E’ il momento in cui ogni retorica si dissolve, in cui religione della patria e religione dell’umanità si identificano, nella scelta consapevole e gratuita del martirio come testimonianza, come dovere liberatorio da mali secolari. Dirà Stuparich, con la forza dei poeti <<Oberdan ci insegna che la vita è gioia>>.

Franca De Santis