Il 4 aprile di venticinque anni fa ci lasciava Francesco Grisi. Tra il sacro e l’eresia

di Pierfranco Bruni
Venticinque anni fa ci lasciava Francesco Grisi. Il 4 aprile del 1999. Nella notte di Pasqua. Si era ritirato a Todi. Nella sua casa biblioteca e studio d’artista. Il luogo dove dipingeva. Il luogo dove aveva scritto molte sue pagine dei suoi libri. Aveva 72 anni. Era nato, appunto, il 1927. Da genitore calabresi di Cutro, come spesso gli piaceva dire.
Portava della Calabria il sentire greco e pitagorico e il vento degli Orienti che soffiava sulle sponde di Crotone. Il mare era spesso la metafora del viaggio. Un viaggio viandante da personaggi in cammino tra il Cristo risorto e il deserto affacciato alla balconata di Piazza di Spagna.
I suoi tre romanzi sono il diario di una continua metafora che scrive la vita attraverso i tasselli di un destino che racconta tra la profezia e il ricordare. Una visione in cui si abita a futura memoria tra una poltrona che scivola di onda in onda sulle acque del Tevere e una donna di nome Maria che racconta a un vecchio di nome Francesco. Ma cosa si racconta. La memoria!<br>Francesco Grisi è stato sempre un intellettuale disorganico anche se la sua formazione di cristiano eretico lo ha sempre condotto sulle sponde di quell’uscita di sicurezza, molto cara al suo amico Ignazio Silone, che non ha mai smesso di essere la sua ironia. Ci sono numerosi libri che ha pubblicato. Poesie. Critica. Saggi. Racconti. Segretario generale del Sindacato Libero Scrittori Italiani ininterrottamente dalla sua fondazione, 1970, alla sua morte. Ha svolto un ruolo di primo piano nella cultura italiana del Secondo Novecento sia sul piano letterario che dialettico tra cultura e politica.
Nel suo linguaggio Cutro è sempre un riferimento. La Calabria è tradizione. Ha vissuto dentro la tradizione: da Roma, dove viveva a Piazza Brennero, ai suoi pellegrinaggi. I luoghi sono rimasti una esistenza dell’anima. La sua pittura un astrattismo cercato nel futurismo. La letteratura un diario dalle voci sottili da bifore.
Uno dei suoi ultimi libri, interessantissimo soprattutto oggi, è “Fascisti eretici” (Solfanelli) che verrà ripubblicato in questi giorni con un mio lungo saggio introduttivo. Non una rassegna. Non una analisi. Non una interpretazione. Ma la comparazione tra eresia e e cultura del ventennio. L’espressione fondamentale di questo suo ultimo lavoro pone all’attenzione la cultura dell’eresia fascista: da Gentile a Bottai, da Balbo a Papini. Insomma un libro notevole che apre una discussione a tutto tondo.
Lo scrittore Grisi è l’uomo tra il labirinto di Alvaro e la fede di Diego Fabbri. È certamente uno scrittore che resta e che in queste epoche di sfide diventa un punto fondamentale. Fondamentale è leggere l’eresia come fedeltà a un vissuto che è diventato sigillo d’identità tra il sacro e il mito. Sulle sponde della Magna Grecia il suo canto è una danza.