Il gattopardo fra tradizione e attualità

di Gianluigi Chiaserotti

Cade quest’anno, il sessantacinquesimo anniversario della morte di Giuseppe Tomasi di
Lampedusa (1896-1957), autore de “Il Gattopardo”, suo capolavoro letterario postumo che
la casa editrice Feltrinelli diede alle stampe ad opera dello scrittore Giorgio Bassani.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, duca di Palma e Montechiaro, principe di Lampedusa,
nacque a Palermo il 23 dicembre 1896. Partecipò alla I Guerra Mondiale come ufficiale e
rimase nell’esercito fino al 1925, laureandosi, nel frattempo, in Giurisprudenza all’Università
di Torino. Il Tomasi si ritirò, quindi, a vita privata (anche perché avverso al Fascismo),<br>viaggiando e dimorando per lunghi periodi all’estero.
Il Tomasi divenne, quindi, saltuariamente critico di letteratura francese e di storia, negli anni
1926-27, su “Le Opere e i Giorni” (mensile culturale di Genova), ma le vicissitudini della vita
interruppero codesto suo approccio professionale alle lettere. Rimase il conforto della
lettura, il modo originale di smontare pezzo a pezzo, quasi come un giocattolo, gli scritti
altrui. E soprattutto la ricerca, autore per autore, ed opera per opera, di una precisa
collocazione biografica ed ambientale. Scrive il professor Gioacchino Lanza Tomasi (1934- ),
figlio adottivo del Lampedusa:
“Per Lampedusa la letteratura è una sorta di diaristica cifrata, e la diaristica la sola
gnoseologia; l’opera d’arte il mezzo attraverso cui una contingente esperienza umana, da
individuale ed egoistica, poteva cristallizzarsi in esperienza durevole, valida oltre
l’occasionalità delle circostanze”.
Il Tomasi compose diversi saggi ed alcuni racconti, che, però, non diede mai alle stampe.
Accadde che il Nostro accompagnò il cugino Lucio Piccolo di Calanovella (1903-1969), poeta
scoperto da Eugenio Montale (1896-1981), ad un convegno letterario a San Pellegrino Terme
(Bergamo) nel 1954. Ritornato a Palermo, il Lampedusa, affascinato, ma forse anche spronato
dagli incontri avuti a tale convegno, iniziò a scrivere il suo romanzo. Egli scrisse “Il
Gattopardo”nel periodo che va’ dal 1955 al 1956, quindi, negli ultimi anni di vita, e
praticamente tutti i giorni. E ciò indipendentemente dal successo, che la sorte in vita gli negò.
Secondo la testimonianza della vedova dell’Autore, l’opera fu scritta “dal principio alla fine,
tra il ’55 ed il ‘56” e ciò in pochissimi mesi. Ma il proposito di comporre e scrivere un romanzo
storico, ambientato in Sicilia, all’epoca dello sbarco di Garibaldi a Marsala, ed imperniato
sulla figura di un suo bisavo, era stato annunziato dal Nostro alla consorte almeno un
venticinquennio prima. Ed “Il Gattopardo” ottenne un così vasto successo in Italia ed
all’estero, da costituire uno dei singolari “casi letterari” degli ultimi decenni.
Ma Giuseppe Tomasi di Lampedusa non lo poté vivere il successo, infatti morì a Roma il 23
luglio 1957.
Furono gli eredi del Tomasi, con grande atto di lungimiranza, a voler pubblicare il
manoscritto, che è stato tradotto in diverse lingue ed è divenuto, senza dubbio, un classico
della nostra letteratura.
L’intreccio è più che noto!
Sicilia 1860. Epoca del tramonto borbonico ed instaurazione, anche nell’isola, della
monarchia sabauda liberale. Il c.d. “mondo vecchio”, che vecchio non era, declina per fare
spazio al c.d. “mondo nuovo”, emerso dalle idee illuministe, materialistiche e giacobine della
Rivoluzione Francese.
L’intera opera è incentrata ed intessuta intorno alla imponente figura ed alle abitudini del
capo di un prestigioso casato isolano: don Fabrizio Corbera, principe di Salina (da ravvisarsi
in un bisavo dell’Autore, Giulio Tomasi di Lampedusa, se non, come alcuni esegeti affermano,
nell’Autore medesimo, nobile generoso figlio della sua radiosa terra siciliana).
Nel bisavo Giulio Tomasi di Lampedusa, alias don Fabrizio Corbèra, sembra quasi che
ritroviamo il medesimo Autore, uomo aperto ai problemi ed alle complicazioni spirituali del
nostro tempo, il quale nella sua realtà (cioè alla conclusione di un ciclo storico, che è la
Seconda Guerra Mondiale) crede di veder confermata la tesi del fallimento, sul piano sociale
e politico del Risorgimento Italiano, che, con particolare arguzia definì “una rumorosa,
romantica commedia con qualche macchiolina di sangue sulla veste buffonesca” soprattutto
riguardo al sempre attuale problema del Sud d’Italia.
Fallimento, d’altronde, insito nel destino d’una regione e d’una gente antichissima e di
antiche tradizioni.
La continuità/immedesimazione Corbèra/Tomasi, la quale, nei momenti migliori, si risolve in
un gioco di psicologici scambi e di magiche dissolvenze, direi quasi, entro cui passato e
futuro vengono liricamente annullati, si infrange nel momento in cui il Tomasi di Lampedusa
balza bruscamente, quasi come un anacoluto, in primo piano con polemiche digressioni. E
ciò è un altro recondito aspetto de “Il Gattopardo” che ha contribuito a farlo qualificare
“saggistico”.
Don Fabrizio, lirico e critico nello stesso tempo, con occhio disincantato, fuori dagli
avvenimenti, li vede mutare, li vede sfuggire dal di lui controllo e, suo malgrado, è del tutto
incapace di adeguarvisi.
“(…) è meglio il male certo che il bene non sperimentato (…)”, facendo suo, un proverbio
millenario nel momento in cui il protagonista vota affermativamente per il plebiscito di
annessione al Regno d’Italia, e ciò con stupore generale della gente di Donnafugata, restia
a ratificare, sia per ragioni personali, sia che per fede religiosa, sia anche per aver ricevuto
immensi favori dal passato regime. Ma anche perché questa gente effettuò un viaggio “ad
limina Gattopardorum” in quanto stimava impossibile che un Principe di Salina, Pari del
Regno delle Due Sicilie, potesse votare in favore di quella che la gente denominava
Rivoluzione.
Dall’alto del suo palazzo segue, altresì, con benevolenza, velata da un’amara ironia (ed allo
stesso tempo si accorge che sta invecchiando: il suo “fluido vitale” non c’è più), la deliziosa
storia d’amore tra suo nipote Tancredi, combattente garibaldino, ed Angelica, figlia di don
Calogero, rappresentante della “nuova gente”. A tal proposito, particolare fu la reazione del
Principe di Salina nel vedere salire le scale del suo palazzo di Donnafugata, il detto don
Calogero in frac, e ciò nel corso del pranzo d’inizio della villeggiatura, nel quale il Principe
era semplicemente vestito con un abito da pomeriggio. Scrive il Tomasi: “(…) Non rise invece
il Principe al quale, è lecito dirlo, la notizia” (del frac di don Calogero) “fece un effetto
maggiore del bollettino dello sbarco a Marsala”. Praticamente don Fabrizio, massimo
proprietario del feudo, si sentiva più come tale, ma fu costretto, dagli eventi della
Rivoluzione, a ricevere, vestito da pomeriggio, un invitato in abito da sera.
Tutto codesto evolversi di fatti e situazioni, ben descritte e particolareggiate dal Tomasi, ha
il suo epilogo nel ballo ove il protagonista, consumando un valzer con Angelica, si accorge
più che mai del suo tramonto, di essere corroso da un tragico senso della morte e
praticamente esce di scena.
E qui desidero precisare che la lirica conclusione del romanzo non si ravvisa tanto nella
“parte”, la settima, della morte di don Fabrizio (nel 1883, invece il bisavo del Tomasi morì nel
1885) – con quell’incontro con la donna simbolo della fredda realtà stellare e con
quell’assunzione in una patria iperurania del “puro calcolo” che sembrano un’astratta e
metafisica soluzione, poeticamente sterile ed arbitraria – ma bensì nella “parte ottava” che
rappresenta un desolato prolungamento (fino al 1910) della terrena esistenza del Principe di
Salina, il cui fluido vitale va lentamente e stancamente esaurendosi nelle tre figlie superstiti,
finchè tutto trova pace “in un mucchietto di polvere livida”.
E’ proprio qui che poeticamente si risolve il sentimento di quella “compiaciuta attesa del
nulla” che domina tutto il libro.
Ed infine, la splendida, ma amara conclusione della “parte settima”, cioè la morte del Principe
di Salina:
“(…) [la morte] era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così
giovane com’era si fosse arresa a lui; l’ora della partenza del treno doveva essere vicina. Giunta
faccia a faccia con lui sollevò il velo e così, pudica ma pronta ad esser posseduta, gli apparve
più bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari. Il fragore del mare si placò del
tutto”.
Ed il romanzo è tutto qui. I pensieri del Principe di Salina oscillano nel corso dell’opera tra
“έρως” e “θάνατος”, amore e morte.
Tutta l’opera fu scritta di getto, ma la dovizia di particolari a cui l’Autore si è dedicato con
paziente attenzione è segno che egli sentiva quel “mondo” più che suo. La figura del gesuita
padre Pirrone, cappellano della Casa, il cane Benedicò, gli oggetti dell’arredamento, le figlie
del principe, la tiepida e religiosa moglie, i periodi di campagna ed a caccia in Donnafugata.
Opera meditata a lungo, dunque, se pur scritta, anzi manoscritta, di getto, come si diceva
poc’anzi. E’ più che lecito ritenere che la morte del Tomasi abbia impedito del tutto quel
lavoro di revisione e di limatura che sarebbe valso a “Il Gattopardo” un carattere di maggior
compiutezza.
Filo conduttore dell’opera è la massima “plus ça change, plus c’est la méme chose”. E’, quindi,
una spietata analisi del Risorgimento, accettato dall’aristocrazia siciliana nel senso di detta
massima. Ed infatti come si fa a sradicare un popolo ed una terra da antiche tradizioni ed usi
con superficiali avvenimenti imposti in un momento di generale turbamento? Se si vuole
veramente cambiare, si deve procedere con attenzione e cautela, ed allora si avrà
l’adeguamento necessario. Quindi solo chi conosce bene queste tradizioni ed usi puo’,
restando dove il destino lo ha giustamente collocato, cambiare ed adeguare certi valori alla
realtà (ogni riferimento alla odierna situazione italiana è del tutto “puramente casuale”).
Tutto questo ne “Il Gattopardo”, attualissimo sempre per chi voglia leggerlo o chi desideri
leggerlo nuovamente, è dipinto in maniera magistrale e nulla viene meno all’intreccio ed al
romanzo tanto cari a tutta la narrativa europea del secolo XIX. Le immagini offerte dalla
Sicilia narrata sono vive, animate da uno spirito alacre e modernissimo, anche se
ampiamente consapevole della problematica storica, politica e letteraria contemporanea;
tutto ciò risente dei canoni e dei modelli del romanzo moderno da Proust in poi.
Se si richiede di tornare alle vere tradizioni, quindi, non è per nostalgismo, ma per “cambiare”
si deve provare codesta immane forza del passato per un futuro più costruttivo e migliore.
Se ciascuno di noi potesse sentimentalmente ciò, tutto sarebbe molto bello e la lezione de
“Il Gattopardo” sarebbe ben compresa e sempre animata da uno spirito costruttivo e degno
della nostra nobile indole.
Ecco la vitalità e la vivacità, come si diceva prima, dell’opera che, a sessantaquattro anni dalla
sua pubblicazione, è sempre molto educativa (forse questo voleva Giuseppe Tomasi di
Lampedusa) per le nuove generazioni che tendono a costruire un futuro senza conoscere le
tradizioni, la saggezza e la moralità di chi fu prima di noi.
Concludo che, tra le numerosissime recensioni al romanzo, è molto interessante quella del
padre gesuita Giuseppe de Rosa sulla rivista dell’Ordine “Civiltà Cattolica” dell’aprile 1959.
E’ una recensione molto ampia [ben quattordici (14) pagine] che tocca, oltre a quello morale
e religioso, molti altri aspetti dell’opera. E’ un libro “bellissimo” ma che merita di “richiamare
l’attenzione per i problemi umani che offre alla nostra meditazione”. Quindi il de Rosa
analizzando la semplicità della trama, sviluppa il suo discorso critico partendo da una
distinzione già effettuata dagli altri numerosi recensori, tra lo sfondo storico (“il tema che
potremmo chiamare sociale”) e le meditazioni del protagonista (“il tema della morte”). Anche
se entrambi in tutto questo don Fabrizio è “il portavoce dell’autore”. Non sappiamo nulla dei
sentimenti intimi religiosi del Tomasi: “ma il Gattopardo non lo rivela un credente”, ma
“visibilmente un figlio della sua epoca, incredula e liberaleggiante in fatto di religione”.
Infine, scrive Giorgio Bassani, nell’introduzione del romanzo del 1958:
“(…) ampiezza di visione storica unita a un’acutissima percezione della realtà sociale e politica
dell’Italia contemporanea, dell’Italia di adesso; delizioso senso dell’umorismo; autentica forza
lirica; perfetta sempre, a tratti incantevoli, realizzazione espressiva: tutto ciò (…) fa di questo
romanzo un’opera d’eccezione. Una di quelle opere, appunto, a cui si lavora o ci si prepara per