Il velo della Veronica

di Gianluigi CHIASEROTTI
 
Ogni anno in occasione della V Domenica di Quaresima, la c.d. “Domenica di Passione”, l’immagine del “Volto Santo” o “Velo della Veronica” viene mostrata nella Basilica di San Pietro.
La benedizione ha luogo dopo i Vespri tradizionali.
C’è una breve processione nella basilica, accompagnata dalla litania romana.
Una campana suona e tre canonici portano la pesante cornice fuori sulla balconata sopra la statua di Santa Veronica che tiene il velo.
Con questa vista limitata, però, non si vede alcuna immagine ed è possibile solo distinguere la forma della cornice interna.
Quindi persiste il mistero della attuale esistenza o meno della sacra immagine in San Pietro anche in considerazione del fatto che un telo già vecchio di quindici secoli era del tutto riconoscibile dalle masse popolari dell’epoca, presumibilmente a rispettosa distanza, mentre ora, pochi secoli dopo, è diventato, con rapidità almeno sospetta, un “pezzo quadrato di stoffa” che “porta due deboli macchie marrone-ruggine”.<br>Ma cosa è questo “Volto Santo” o “Velo della Veronica”?
 
«[…] però ch’io sono il suo fedel Bernardo.
Qual è colui che forse di Croazia
vien a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,
ma dice pensier, fin che si mostra:
“Signore mio Gesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?”» 
 
Con questi versi (Par. XXXI, 103-108) San Bernardo (1090-1153), che sostituisce Beatrice quale guida nel Paradiso, esorta Dante, per compiere il suo viaggio, a percorrere con lo sguardo il giardino dei beati per fortificare la vista e sostenere la visione di Dio.
Dopo avere assicurato il Poeta che la Vergine, per cui il santo arde tutto d’amore, farà loro ogni grazia, il vecchio si manifesta appunto come San Bernardo.
Dante contempla il volto del famoso santo; simile a un pellegrino che venga da assai lontano, forse dalla Croazia, per vedere in San Pietro a Roma il velo della Veronica1   che è la sembianza di Cristo nel panno nel quale egli si asciugò il volto [il pellegrino che viene a Roma «per vedere quella imagine benedetta la quale Iesu Cristo, lasciò a noi per essemplo de la sua bellissima figura» (Vita Nuova, XL, I)].
Ed ora vediamo alcune leggende, non contenenti nulla di storico sul c. d. “Volto Santo” o “Velo della Veronica”,
Il velo della Veronica è una reliquia cristiana.
Consiste in un panno, presumibilmente di lino, in origine possesso di santa Veronica, nel quale è impresso un volto che si ritiene essere quello di Gesù.
Sono numerose le reliquie cristiane pervenuteci o perdute che la tradizione cristiana ha identificato con il “Velo della Veronica”.
La leggenda di questo “velo” si è progressivamente sviluppata lungo i secoli.
La leggenda fa la sua prima comparsa in alcuni scritti apocrifi tardi appartenenti al “Ciclo di Pilato” (talvolta erroneamente citato come “Acta Pilati”): “Guarigione di Tiberio”, “Vendetta del Salvatore” e “Morte di Pilato”.
I tre scritti ci sono pervenuti in autonome redazioni latine medievali (rispettivamente del VIII, IX e XIV secolo) che derivano da una versione precedente andata perduta, probabilmente del VI secolo.
La trama dei tre apocrifi è sostanzialmente la stessa: l’imperatore Tiberio gravemente ammalato invia a Gerusalemme Volusiano che punisce i responsabili della morte di Gesù, trova una sua immagine in possesso della Veronica {coincidente con l’anonima emorroissa [“Bernice” o “Beronice” (testo greco) o “Veronica” (testo latino, copto e siriaco)] sanata da Gesù, [Mc 5, 25-34 e paralleli]}, la condusse a Roma e, grazie ad essa, l’imperatore guarì (v. infra nota1).
Nella “Guarigione di Tiberio”, il testo più antico, l’immagine di Gesù era usata dalla Veronica come cuscino e questo le procurava una buona salute. Aveva fatto dipingere l’immagine “per amor suo”. Dopo la guarigione Tiberio adora l’immagine di Gesù e ordina che “fosse circondata di oro e di pietre preziose”.
Nella “Vendetta del Salvatore” non è specificato se l’origine dell’immagine sul panno di lino sia miracolosa o dipinta. Il panno è conservato avvolto in un tessuto d’oro riposto in uno scrigno, è oggetto di venerazione ed è causa di miracoli.
La “Morte di Pilato”, il testo più recente, specifica invece l’origine miracolosa dell’immagine in possesso della Veronica: “Quando il mio Signore girava predicando, io con molto dispiacere ero privata della sua presenza; volli perciò dipingermi un’immagine affinché, privata della sua presenza, avessi un sollievo almeno con la rappresentazione della sua immagine. Mentre stavo portando un panno da dipingere al pittore, mi venne incontro il mio Signore e mi domandò dove andavo. Avendogli manifestato il motivo del mio viaggio, egli mi richiese il panno e me lo restituì insignito della sua venerabile faccia”.
Nel rito popolare della “Via Crucis”, sviluppato e consolidato nel basso medioevo, è presente una diversa versione della leggenda: la Veronica incontrò Gesù durante la sua salita al Calvario e gli asciugò il volto con un panno di lino.
In esso sarebbe rimasta impressa la sua immagine.
Sono numerose le reliquie pervenuteci o perdute che la tradizione cristiana ha identificato con il “Velo della Veronica”, tra cui un’immagine conservata presso la basilica di san Pietro in Vaticano.
Secondo alcuni storici cristiani le leggende relative al “Velo della Veronica”, che nelle versioni pervenuteci sono sicuramente non storiche, poggiano comunque su un dato storico: l’esistenza nell’antichità di una reliquia con il volto di Gesù, il “μανδύλιον” (“fazzoletto in siriaco”) di Edessa, trasportato nel 944 a Costantinopoli.
Comunemente la “Veronica” e noto in italiano come il “Volto Santo”, ma da non confondersi assolutamente con il crocifisso intagliato “Volto Santo di Lucca”, a cui fa riferimento ancora Dante (cfr. Inf. XXI, 46-48) è una reliquia cattolica, che, secondo la leggenda, ritrae l’immagine del volto di Gesù non prodotta da mano umana (cioè un “acheropita2).
La versione più recente della leggenda narra che Veronica da Gerusalemme incontrò Gesù lungo la c. d. “Via Dolorosa”, e precisamente sulla strada per il Monte Calvario.
Quando la donna si fermò per asciugarne il sudore (latino “suda”) dal viso con il suo velo, l’immagine di Cristo fu impressa sul panno.
L’evento è commemorato da una delle stazioni della Croce.
Secondo alcune versioni, Veronica, come abbiano detto, in un secondo momento si recò a Roma per presentare il panno all’imperatore romano Tiberio; il velo possedeva proprietà miracolose, in quanto era in grado di spegnere la sete, curare la cecità, e talvolta perfino risuscitare i morti.
La storia non è documentata nella sua forma attuale fino al Medioevo e, per questa ragione, non è probabile che sia verità storica.
Piuttosto, è più probabile che le sue origini possano trovarsi nella storia dell’immagine di Gesù associata con la Chiesa orientale conosciuta come il “μανδύλιον” (di cui sopra), unita al desiderio dei fedeli di poter vedere il volto del loro Redentore.
Non ci sono riferimenti alla storia di Veronica e del suo velo nei Vangeli canonici.
Il più vicino è il miracolo della donna che fu curata toccando l’orlo della tunica di Gesù (Luca 8, 43-48); il suo nome è più tardi identificato con Veronica dagli apocrifi “Atti di Pilato”. La storia fu in seguito elaborata nell’XI secolo aggiungendo che Cristo le diede un ritratto di se stesso su un panno, con cui lei più tardi curò Tiberio.
Sulla via Dolorosa a Gerusalemme c’è una piccola cappella, nota come la cappella del Volto santo .
Tradizionalmente, questa è considerata la casa di Santa Veronica e luogo del miracolo.
Si è spesso ipotizzato che la Veronica fosse presente nella vecchia chiesa di San Pietro durante il papato di Giovanni VII (705-8) dato che la cappella conosciuta come la cappella della Veronica fu costruita durante il suo regno, e questa sembra essere stata l’opinione di scrittori più tardi.
Anche tutto questo è ben lontano dall’essere certo.
Comunque, memorie sicure del velo iniziano solo nel 1199 quando due pellegrini di nome Gerald de Barri (Giraldus Cambrensis) e Gervasio di Tilbury fecero due racconti in tempi diversi di una visita a Roma che riferendosi direttamente all’esistenza della Veronica. Poco dopo ciò, nel 1207, il panno acquistò maggiore notorietà quando fu mostrato ed esposto pubblicamente da papa Innocenzo III 1297, che garantì anche indulgenze a chiunque vi pregasse davanti. Questa ostensione, tra S. Pietro e l’ospedale Santo Spirito, divenne un evento annuale e in una di tali occasioni nel 1300 Papa Bonifacio VIII, fu ispirato a proclamare il primo giubileo nel 1300.
 Durante questo Giubileo la Veronica fu mostrata pubblicamente e divenne una delle “Mirabilia Urbis” per i pellegrini che visitavano Roma.
Per i successivi duecento anni la Veronica fu considerata come la più preziosa di tutte le reliquie cristiane.
Quando avvenne il sacco di Roma il 6 maggio 1527, quattrocentonovant’anni fa, alcuni scrittori riferirono che il velo era stato distrutto.
Un certo messer Urbano in due lettere scritte da Orvieto e da Nepi (14 e 21 maggio 1527) alla duchessa di Urbino dice che la Veronica fu rubata e passata per le taverne di Roma. Altri scrittori testimoniano della continuità della sua presenza nel Vaticano ed un testimone del saccheggio dice che la Veronica non fu trovata dai saccheggiatori.
Molti artisti dell’epoca crearono riproduzioni del velo, ma nel 1616papa Paolo V proibì la produzione di copie del velo della Veronica a meno che non fossero eseguite da un canonico della basilica di San Pietro. Nel 1629papa Urbano VIII non solo proibì che si facessero riproduzioni del velo della Veronica, ma ordinò anche la distruzione di tutte le copie esistenti. Il suo editto dichiarò che chiunque avesse accesso ad una copia doveva portarla al Vaticano, pena la scomunica.
Tra le copie non distrutte è sicuramente da ricordare quella tuttora conservata nella Chiesa del Gesù, ritratta sull’originale con permesso del papa Gregorio XV.
Dopo, il velo scomparve quasi totalmente dalla vista pubblica, e la sua storia dopo quella data non è documentata. Esiste la possibilità che sia rimasta in San Pietro fino a oggi; questo sarebbe coerente con le limitate informazioni che il Vaticano ha fornito nei secoli recenti.
Ci sono almeno sei immagini esistenti che si somigliano molto e che si pretende siano il Velo originale, una sua copia diretta o, in due casi, il velo di Edessa. Ogni membro di questo gruppo è racchiuso in una elaborata cornice esterna con all’interno un foglio di metallo dorato, nel quale è praticata un’apertura dove appare il volto; all’estremità inferiore del volto ci sono tre punti che corrispondono alla forma di capelli e barba.
C’è stata sicuramente un’immagine conservata nella basilica di San Pietro che si sostiene essere la stessa Veronica venerata nel Medioevo. Questa immagine sarebbe tuttora conservata nella cappella che si trova dietro il poggiolo nel pilastro sud-occidentale che sostiene la cupola.
Sono state registrate pochissime ispezioni nei tempi moderni e non ci sono fotografie dettagliate. L’ispezione più dettagliata registrata nel XX secolo avvenne nel 1907 quando lo storico dell’arte gesuita Joseph Wilpert fu ammesso a rimuovere due lastre di vetro per ispezionare l’immagine. Egli commentò che vide solo ‘un pezzo quadrato di stoffa leggermente colorata, alquanto scolorita dall’età, che porta due deboli macchie marrone-ruggine, unite l’una all’altra.
 
 
Note
1 Riporto dall’Enciclopedia Cattolica, vol. XII, 1954, pag. 1299, passim:
 «“Veronica” è l’appellativo dato, per metominia, all’icona con il “Volto Santo” di Cristo, conservata tra le maggiori reliquie della Basilica di San Pietro in Vaticano. (da “βερνίκη”, “βερονίκη”, Beronica e non “vera icon”) è il nome dato dagli apocrifi di Pilato all’emoroissa (v. supra) guarita da Gesù (Mt. 9, 20-22; Mc. 5, 25-34; Lc. 8, 43-48) proprietaria del “Volto Santo”, e il soprannome di Marta (la detta emoroissa) sull’esempio dello pseudo Ambrogio (PL 17, 721) e di altri, come si legge negli “Otia imperialia”  di Gervasio di Tilbury: “propter diutinam passionem fluxus carnalis in poplitis vena incurvata, unde Veronica dicta est” (III, 25: E. v. Dobschütz, Christusbilder, Unters, zur christl, Legende et ultra, Lipsia 1899, pag. 292)»;
2  Riporto dall’Enciclopedia Cattolica, vol. XII, 1948, pag. 220, passim:
«Acheropita [da “άχειροποίητος”, letteralmente “non fatta a mano (umana)”, e in senso proprio “immagine non falsa (quindi vera) di Cristo”] [….] Tra le acheropite cristiane  dell’Alto Medioevo le più famose sono due immagini di Cristo: quella di Edessa e quella di Kamulia (Cappadocia). Oggi non esistono più , ma l’effigie di Cristo paziente, che esse riproducevano con barba e capelli lunghi, è possibile ricostruirla dalle molte copie che ce ne ha trasmesso l’Alto Medioevo e che ora si conservano in Laon, Roma, Genova ed ancora più recenti in Russia.
La storia dell’acheropita di Edessa è del tutto oscura. Il Più antico documento che ne parla è la lettera tante volte riprodotta, con la quale Cristo avrebbe accompagnato il proprio ritratto inviato al re Abgar Ukkāmā. Eusebio di Cesarea (265-340), Padre della Chiesa, vescovo, scrittore e biografo di Costantino I, (in “Historia eccl.”, I, 13) asserisce che la lettera deriva da un antico testo siriaco dell’archivio di Edessa, contenente la promessa di Cristo di visitare il re al fine di guarirlo.»