La grecità del mito nel Pavese di Pierfranco Bruni tra il bosco e la profezia

Simbolismo e misticismo emanano in una analogia con il tempo e lo spazio degli dei. “La profezia del bosco” (Pellegrini Editore) il nuovo saggio dedicato da Pierfranco Bruni a Cesare Pavese, invita ad una azione esplorativa della dimensione umana tra l’ineludibilita del tragico e la bellezza dell’intelligenza28 Febbraio 2024 di Antonietta Cozza* Libri
<br>“La profezia del bosco” (Pellegrini editore nella nuova collana Zaffiri) è il nuovo saggio, il quinto dedicato da Pierfranco Bruni a Pavese, Un volume che stabilisce una intensa connessione con la figura di Cesare Pavese, evocando la percezione di un “io” nascosto che riappare in un paese con radici profonde. Simbolismo e misticismo emanano dal paese in una analogia con il tempo e lo spazio degli dei. Il riferimento a due concetti greci, “dólos” e “métis”, che interpretati come inganno e saggezza, propongono un’interazione complessa tra queste due forze.
Si afferma che non siamo figli della storia, ma del mito. Il mito viene evocato come un luogo in cui il destino si manifesta come un cantico e un’apocalisse, combinando elementi di bellezza e tragedia. Cesare Pavese appare come un abitante del mito, che raggiunge un punto di completa immersione in esso nel chiudere la porta e la finestra verso il mondo esterno.
Questo gesto di Cesare Pavese viene associato al rumore del dolore che rimane sulla strada, suggerendo che la scelta di abbandonare la realtà ha delle conseguenze dolorose. Si sottolinea anche che dietro ogni bellezza si cela il tragico, evidenziando la dualità e l’inevitabilità delle esperienze umane.
Complessivamente, il testo invita a riflettere sulla nostra connessione con il passato, la mitologia e le forze che plasmano il nostro destino. Evoca un senso di mistero e profondità, inducendo alla riflessione su esistenze dimensionali oltre la realtà immediata che possono influenzare la comprensione di noi stessi e del mondo che ci circonda.
Dal saggio emerge la figura di Cesare Pavese come sorta di guida o punto di riferimento per il narratore. Cesare Pavese è raccontato come un abitante del mito, un essere che vive al di là della realtà ordinaria e che ha raggiunto un piano di elevazione spirituale. La sua stanza ultima, con la porta e la finestra chiuse, sembra essere un luogo di isolamento e introspezione.
Il riferimento anche a un paese con radici profonde, potrebbe essere interpretato come un luogo simbolico o un’entità spirituale. Questo paese si identifica in un tempo e uno spazio divini, suggerendo l’esistenza di una connessione profonda tra l’individuo e la dimensione trascendente.
Viene menzionata anche la luna tramontata come un simbolo di consapevolezza o di fine di un ciclo. Questa immagine potrebbe suggerire che il narratore stia vivendo un momento di profonda riflessione e trasformazione che apre a nuove prospettive e comprensioni di sé stesso e del mondo.
Lo studio di Pierfranco Bruni fa anche riferimento al mito come una forma espressiva più densa della storia. L’affermazione che non siamo figli della storia, ma del mito, suggerisce che il narratore consideri il mito come fonte più autentica e significativa di conoscenza e identità.
Infine, il volume sottolinea che dietro ogni bellezza si cela il tragico. Questa affermazione potrebbe essere interpretata come una riflessione sulla dualità dell’esistenza umana, in cui la gioia e la bellezza possono coesistere con il dolore e la tragedia. Ciò potrebbe suggerire che il narratore sta cercando di abbracciare e comprendere la complessità della vita, accettando sia gli aspetti positivi che quelli negativi.
In definitiva, emerge un elemento esplorativo intorno alla identità, la spiritualità, la connessione con il passato e la penetrazione della realtà oltre la superficie delle cose. Il saggio Invita a una riflessione intima sulla percezione di noi stessi e del mondo, incoraggiando ad indagare il mito e la dimensione trascendente per ottenere una comprensione più completa della vita.
*Delegata alla Cultura Comune di Cosenza