La presenza di Gioacchino da Fiore nella Commedia dantesca

di Stefania Romito

Prendendo le mosse da una attenta interpretazione delle Sacre scritture, Gioacchino da Fiore giunse a formulare una concezione filosofica del tutto innovativa basata sulla corrispondenza delle tre età della Storia con le tre persone della Trinità.

Per l’abate calabrese all’età del Padre, contraddistinta da una rigida interpretazione del Vecchio Testamento, segue l’età del Figlio, ossia “l’era media” in cui a dominare è la centralità della Chiesa di Roma. Queste due fasi sono seguite dall’età dello Spirito, ossia “i tempi nuovi” in cui il mondo sarà caratterizzato dalla venuta dello Spirito della gioia.

L’originale operazione di Gioacchino da Fiore è stata quella di aver effettuato un confronto tra la storia salvifica del Nuovo Testamento e quella dell’Antico Testamento, facendoli apparire come le due metà del tempo storico, costruite in modo uguale. Cristo, quindi, si presenta come la svolta dei tempi.

Se nel primo millennio Cristo era considerato “il principio della fine”, grazie a Gioacchino da Fiore nel secondo millennio viene concepito come perno, il centro dei tempi. La storia, quindi, procederà su un piano più elevato. La progressione temporale è un fattore indipendente dalla volontà umana la quale può solo adeguarsi al cambiamento. Questa tematica, nei tempi nostri, è stata oggetto di un importante testo dal titolo La nuova coscienza del tempo della fine in Gioacchino da Fiore scritto da Joseph Ratzinger, il papa emerito.

Dante si era avvicinato da giovane alla filosofia di Gioacchino da Fiore frequentando la scuola fiorentina del Convento francescano di Santa Croce. Vi insegnava teologia Pietro di Giovanni Olivi, il quale aveva attualizzato, nel suo libro Lectura super Apocalypsim, il messaggio gioachimita della speranza della terza età.

Presso il Convento di Santa Croce Dante conobbe anche il teologo francescano Ubertino da Casale, autore di Arbor vitae crucifixae Jesu Christi, in cui la lettura apocalittica della storia della Chiesa si rifà al pensiero teorizzato da Gioacchino da Fiore. La filosofia gioachimita, legata all’attesa di un’era di pace in cui la Chiesa sarebbe stata guidata da un “Papa angelico”, largamente condivisa dai francescani, influenza molti passi della Divina Commedia. Del resto in Dante si riscontrava lo stesso atteggiamento intransigente di Giacchino nel condannare il comportamento ambiguo della Chiesa che appariva sempre più coinvolta in interessi di carattere politico ed economico. Per entrambi la Chiesa deve fondare la Pace sulla Giustizia e la Giustizia sulla Carità.

Non c’è da stupirsi, quindi, se il sommo poeta decide di collocare Gioacchino da Fiore in Paradiso, tra gli Spiriti Sapienti, nel IV Cielo del Sole, perennemente illuminati dalla visione della Trinità. Le anime luminose degli spiriti sono disposte  in modo da formare due corone concentriche, ciascuna contenente dodici beati.

All’arrivo di Dante e Beatrice da una delle due corone si ode la voce del domenicano Tommaso d’Aquino che biasima la degenerazione del suo ordine di appartenenza, dopo aver tessuto le lodi di San Francesco d’Assisi. Poi dall’altra corona si eleva la voce del francescano San Bonaventura che celebra la vita di San Domenico prima di lamentare la decadenza dell’ordine francescano. Sarà proprio San Bonaventura, che aveva accolto la lezione gioachimita, a presentare a Dante e a Beatrice lo spirito di Gioacchino da Fiore che gli siede accanto.

“e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino

di spirito profetico dotato”

(Par. XII vv. 139-141)

Secondo l’interpretazione comune l’espressione dantesca “lucemi dallato” significherebbe “risplende al mio lato”. Interpretazione che appare semplicistica oltre che scorretta da un punto di vista grammaticale, dal momento che trasforma un pronome personale in un aggettivo possessivo. Parrebbe più attinente all’intenzione di Dante la seguente parafrasi “La sapienza di Gioacchino mi illumina”, che mira a elogiare l’eccellenza e il brillante acume del suo ingegno.

Oltre alla presenza fisica dell’abate calabrese, in tutta la  Commedia è fortemente avvertibile il suo pensiero. Come avviene nel XXXIII Canto del Paradiso quando Dante ammira le tre Persone della Trinità, illustrandone il mistero mediante una mirabile rappresentazione che si rifà all’immagine dei tre cerchi trinitari disegnata da Gioacchino da Fiore nell’undicesima tavola del Liber figurarum e descritta nell’Expositio in Apocalypsim. Una figura che riassume i fondamenti della sua dottrina.

 “Nella profonda e chiara sussistenza

 dell’alto Lume parvermi tre giri

 di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro, come iri da iri,

parea reflesso, e il terzo parea foco,

che quinci e quindi ugualmente si spiri”. 

(Par. XXXIII vv. 115-120)