Mameli, capitano di stato maggiore e poeta

Così Giosue Carducci definiva Goffredo Mameli, martire della repubblica romana del ’49, in un profilo pubblicato nella Nuova Antologia nell’agosto 1872, all’indomani del trasferimento della salma dalla chiesetta romana delle Stimmate al Campo di Verano; tappa intermedia fino alla definitiva tumulazione sul Gianicolo, il colle maggiormente legato alle gesta garibaldine nell’estrema difesa di Roma.
Una cassa povera, col coperchio rovesciato forse per riparare dalle vendette dei vincitori il nome del giovane che aveva sacrificato la vita appena ventiduenne, nome scritto sul lato esterno, un drappo nero gettato sul feretro con appoggiate una spada e una lira, sintesi della vita di poeta e combattente: e lira e spada staranno, giusto simbolo della sua vita, su la pietra che un dì gli ergeremo a Roma nel camposanto dei martiri della nazione.
I quattro cordoni del drappo funebre tenuti da altrettanti reduci del ’49: i ministri della Repubblica,   Giuseppe Avezzana e carlo Rusconi, i generali dei volontari Nicola Fabrizi e lante di Montefeltro.
È il 9 giugno 1872. Mazzini è morto da appena tre mesi. Pochi compagni, come il triumviro, avevano amato e penetrato l’animo del poeta-cantore, ligure come lui, genovese come lui, nella sua profonda e tormentata sensibilità. Ne fanno fede i giudizi e i commossi riferimenti contenuti nell’epistolario, specie fra il ’47 e il ’49, le confidenze del Mosè dell’unità alla madre.
<<Lo conobbi le prima volta nel 1848 a Milano>>, ricorda Mazzini qualche mese dopo la morte, << ci amammo subito. Era impossibile vederlo e non amarlo>>. Egli univa una dolcezza quasi fanciullesca all’energia di un leone, il temperamento gioviale e un volto quasi sempre sereno a uno sguardo velato da una sorta di mestizia. Languido, delicato, quasi femmineo ma percorso da una vibrante irrequietezza fisica, figlia di mobilità estrema delle sensazioni. Arrendevole e pronto ad abbandonarsi a coloro nei quali riponeva fiducia, ma incrollabile nella fede dei principi e delle idee, fino all’estremo sacrificio.
Una vita breve ma intensa, troncata << fra un inno e una battaglia>>
La madre Adele lo affiderà a Mazzini nel 1848, pur nella coscienza di non sottrarlo a un solo pericolo utile al Paese. E quando Mazzini avrà l’amaro compito di annunciarle prima l’amputazione della gamba, poi la morte si sentirà rispondere che ella <<donerebbe senza esitazione ogni figlio che potesse avere per la causa dell’Itali>>
Di salute malferma fin dalla tenera età, Goffredo era stato avviato agli studi in ritardo: solo nel 1840, a tredici anni, frequenta le scuole Pie di Genova, iscritto al primo corso di retorica, qualcosa di paragonabile al ginnasio. Di distingue fra gli allievi più meritevoli, legge tutto e di tutto (in particolare Goethe e Hugo), compone i primi versi, l’ode dedicata a Gianluigi Fieschi.
Concluso il biennio di retorica, si iscrive a Filosofia nel novembre del ’42, e prolungherà gli studi universitari fino al ’47, senza riuscire a conseguire la laurea distratto o attratto dagli avvenimenti politici.
Avvenimenti che lo sollevano anche dalla depressione in cui era caduto per una cocente delusione d’amore: le nozze di Geronima Ferretti. La stessa fanciulla che gli aveva ispirato i versi malinconici e disperati de L’ultimo canto e L’ultimo addio.
E’ il momento della lotta per la libertà. Si assiste a quella che Carducci definisce una vera e propria trasformazione. Quella <<tenera sensibile fantastica natura…ritrovato finalmente un alto ideale, vi si abbranca con tutte le forze dell’ingegno, con tutte le potenze del cuore, e vive solo in quello e per quello>>, Goffredo Mameli – sono parole di Carducci- dal ’46 in poi fu il San Giovanni della Giovine Italia, piegava il biondo e giovine capo per dormire su ‘l cuore del maestro, e in quel sonno vedeva le cose mirabili del futuro, e di battiti di quel tanto amato cuor e attingeva la lena novella; e sorgeva e cantava.
Dal marzo 1847 Goffredo fa parte della <<Società Entelema>> accademia letteraria ma frequentata da giovani impregnati di idee liberali.
Mazziniano sempre, ghibellino mai sfiorato dal fascino dei <<Benedite, gran Dio, l’Italia>>, dal mito neoguelfo di Gioberti, dall’illusione di Pio IX. Privo di tentennamenti e genuflessioni
Ove del mondo i Cesari
Ebbero un dì l’impero
E i sacerdoti tennero
Schiavo l’uman pensiero,
ove è sepolto Spartaco
e Maledetto Dante,
ondeggerà fiammante
l’insegna dell’amore
1847. Sono i mesi in cui Mameli, ventenne, legge Manzoni, D’Azeglio, Berchet: ma soprattutto si distingue, con Nino Bixio, in ogni manifestazione e agitazione che i patrioti inscenavano nelle vie di Genova. Le vie che avrebbero sentito il 9 novembre, per la prima volta il Canto degli Italiani. Inno subito popolare, tanto che Mazzini il 20 dicembre da Londra chiede alla madre di farlo ricopiare da qualche amico e di inviarglielo, insieme a tutte le poesie stampate del giovane poeta.
E nel luglio del ’48 lo stesso Mazzini invierà L’inno (<<che mi piace assai>>) a Giuseppe Verdi. Dopo aver eliminato due strofe, <<una perché concernente il re di Napoli, che non esisterà più quando durerà l’Inno; l’altra per un avemo che in un canto popolare non può stare>>, come si giustifica con l’autore.

Franca De Santis