Non solo del Processo si parlerà a Termoli il 12 gennaio 2024 in apertura dell’anno kafkiano con letterati, filosofi, giuristi e giornalisti

“Il processo” è un romanzo allegorico – metaforico, perché la storia del protagonista Josef K. rappresenta la condizione dell’umanità sulla terra. L’Umanità vive una condizione assurda, smarrita, insensata, disorientata perché non sa da dove viene e non sa dove andrà. Questa condizione alienata e confusa è aggravata dalla incomprensibilità del Mistero che circonda l’Umanità. Kafka rappresenta il Mistero, ovvero l’enigma della vita, con il Tribunale, ovvero con un sistema burocratico, che sorveglia, accusa, processa e condanna gli uomini che a suo parere commettono colpe. Il Tribunale, ovvero il mistero, è inspiegabile con la ragione umana. Il Tribunale ha però i suoi uffici e i suoi tribunali in luoghi nascosti perché rappresenta una giustizia parallela alla giustizia umana. In sintesi il messaggio più elementare e più sicuro del romanzo consiste nel fatto che Josef K., che simboleggia l’umanità, insegue e persegue la verità, ma questa continuamente gli sfugge e diventa inafferrabile, tanto da diventare un enigma, un mistero che grava continuamente sull’umanità come un potere oscuro e indecifrabile. Questo mistero oscuro è già tutto scritto nel celebre incipit del romanzo:” Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina fu arrestato”. Incipit che contiene tutto il mistero del romanzo e il labirinto in cui brancola l’umanità. Il processo presenta una struttura interna coesa e coerente sul piano delle azioni umane, ma presenta anche una logica che non è spiegabile con la sola attività mentale degli uomini. La logica inspiegabile è costituita dal fatto che c’è un Tribunale sconosciuto agli uomini, che attirato dalla colpa di alcuni di loro, istruisce un processo, alla fine del quale emette una sentenza definitiva di condanna. Questo Tribunale non è autorizzato dagli uomini, ma agisce sugli uomini come afferma Josef K.: “La questione principale è: da chi sono accusato? Quale autorità istruisce il procedimento?” (Pagina 24). La presenza di questo Tribunale dunque costituisce la presenza dell’Assurdo nella vita degli uomini. Il Tribunale fa pensare ovviamente a un Dio che ha potere di giudicare gli uomini, ma può essere Qualsiasi Altra Cosa Misteriosa che ha potere di vita e di morte sugli uomini. Può essere: il Nulla, l’Ignoto, il Male, ma in tutti i casi è qualcosa o qualcuno che giudica gli uomini. Esso è attirato dalla colpa di ciascuno. Nel caso del Processo, il Tribunale è attirato dalla colpa di Josef K. che non riesce all’inizio a capire quale sia la sua colpa, ma che alla fine intuisce, ammette e accetta che, forse, ha fatto un’azione colpevole come dice in una delle ultime pagine del romanzo: “Ho sempre voluto entrare nel mondo con venti mani e oltretutto non per scopi lodevoli”. (Pagina 203). Josef K. cerca di capire quale sia stata la sua colpa e quale sia stato lo scopo riprovevole e, andando indietro nella memoria, ripensa che la sua unica colpa è quella di aver voluto godere la vita come già aveva pensato quando doveva scrivere la sua memoria per il Tribunale: “Ma adesso che K. aveva bisogno di tutti i suoi pensieri per il suo lavoro, che ogni ora passava velocissima, poiché era ancora in ascesa e rappresentava ormai una minaccia per il vicedirettore, adesso che voleva godersi le serate e le notti brevi da quell’uomo giovane che era, adesso doveva cominciare a redigere quella memoria”. (pagina 118). Il processo è, sicuramente, un romanzo allegorico che esprime ed espone in modo simbolico tutti i tentativi che l’uomo fa per raggiungere la propria felicità, ma sono tentativi che risultano vani e inutili. Nel Processo Josef. K. tenta in tutti i modi di conoscere chi è l’Autorità che giudica gli uomini, tenta di conoscere i giudici che indagano sugli uomini e scopre che essi sono venali e corrotti, pur tuttavia potenti e implacabili. E alla fine non riesce nemmeno a sapere quale è la sua colpa e la sua accusa. Subisce solo la condanna che viene effettuata nel modo più ignobile possibile perché avviene senza un vero processo dove lui poteva difendersi e perché avviene in un luogo anonimo e desolato dove lui viene ucciso da sicari rozzi e ignoranti. Subisce la pena capitale senza sapere niente dei suoi giudici e senza sapere quale è l’Autorità che lo uccide, e senza capire qual è la logica che lo condanna a morte, come pensa prima di morire: “C’era ancora aiuto? Esistevano obiezioni che erano state dimenticate? Sicuramente ne esistevano. La logica è sì incrollabile, ma non resiste a una persona che vuole vivere. Dov’era il giudice che non aveva mai visto? Dov’era l’alta corte a cui non era mai arrivato”. (Pagina 205). Il processo è, anche, un romanzo che espone il tema dell’incomprensibilità della realtà da parte dell’uomo. Josef K. non comprende la realtà e la logica che lo governa e lo domina. Josef K. non si rivolge alla scienza, ma si rivolge alla Legge, la quale però non spiega niente e non svela niente; infatti Josef K. non è d’accordo con le spiegazioni che gli dà il cappellano del carcere nel duomo. La sua mente razionale non gli basta per spiegare l’incomprensibilità della realtà. Ma una cosa certa è che Josef K. non smette di fare tentativi per scoprire la logica che regola il mondo e la vita degli uomini. Il senso della sua condanna sta proprio in questo monito. Josef K. è condannato alla morte perché vuole scoprire e conoscere quale sia il senso della vita e qual è l’incomprensibilità di essa. Josef K. è condannato perché vuole indagare e capire quale sia il mistero che circonda la vita e l’angoscia che genera negli uomini. Questo mistero della vita e della sua incompressibilità è ripreso anche nella Lettera al padre, quando Franz Kafka scrive. “D’altro canto, alla lunga queste impressioni piacevoli non hanno sortito altro effetto che quello di ingigantire il mio senso di colpa e di rendermi il mondo ancora più incomprensibile.”