Pierfranco Bruni aderisce alla Figec Cisal “Riscopriamo l’uso della parola” -L’intervista-

ROMA – Un altro grande intellettuale italiano aderisce alla Figec Cisal, la Federazione Italiana Giornalismo Editoria Comunicazione. È Pierfranco Bruni, direttore archeologo, scrittore (ha pubblicato oltre duecento libri), saggista e giornalista, ma anche poeta, filosofo, critico e teorico della letteratura, tra i più apprezzati esperti di letteratura italiana al mondo.
Già direttore del Ministero dei Beni culturali, Pierfranco Bruni ha fondato il dipartimento di Demoetnoantropologia, ricoprendo la carica di responsabile delle Minoranze etniche nel nostro Paese. Oggi è presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, vicepresidente del Sindacato Libero Scrittori italiani e presidente del Comitato scientifico del Premio Troccoli Magna Graecia. Giornalista pubblicista dal 9 marzo 1982, è direttore responsabile del periodico Nuovo Domani Sud.<br>La sua ricerca letteraria, che si articola attraverso più di 200 testi pubblicati (tra raccolte liriche, saggi di critica e teoria della letteratura e romanzi di narrativa), si distingue per la volontà di delineare nuovi intrecci interdisciplinari tra letteratura filosofica, storia delle idee e antropologia.
Insignito per ben tre volte del Premio Cultura della Presidenza del Consiglio dei ministri, Pierfranco Bruni è destinato a essere annoverato tra i grandi autori della storia della letteratura italiana che le future generazioni studieranno a scuola.
Il Centro studi Cresesm (Centro di Ricerche e Studi Economici e Sociali per il Mezzogiorno) e gli organizzatori della 37ª edizione del Premio Nazionale Troccoli Magna Graecia hanno aderito anche quest’anno alla proposta avanzata dall’Associazione Verso un Nuovo Rinascimento APS di Milano per la candidatura dello scrittore Pierfranco Bruni al Premio Nobel per la Letteratura 2023. Lo scrittore era stato già candidato al Nobel per la Letteratura nel 2015 e a lui la giornalista e scrittrice Stefania Romito ha dedicato un saggio dal titolo “L’anima poetica di Pierfranco Bruni” (Passerino Editore).
L’ultima sua uscita pubblica il 3 luglio scorso al Senato della Repubblica, dove, con la sua relazione, ha aperto in maniera solenne il Forum dedicato alle Minoranze Linguistiche e di cui Pierfranco Bruni è oggi uno dei più autorevoli testimonial in Italia e in Europa.
Nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, Pierfranco Bruni ha incontrato il segretario generale della Figec Cisal, Carlo Parisi, con il quale da oltre vent’anni condivide l’esperienza del “Premio Troccoli Magna Graecia”, e il presidente Lorenzo Del Boca. È bastato un attimo per far scattare la scintilla dell’adesione al nuovo sindacato unitario dei giornalisti e degli operatori dell’informazione, della comunicazione, dell’arte e della cultura.
A distanza di un mese, Giornalisti Italia lo ha intervistato trovando in lui una grinta e una passione professionale legata al mondo del giornalismo del tutto inimmaginabile.
Pierfranco Bruni
– Professore, non ha perso la passione per il nostro mondo…
«Come potrei? L’uso della parola entra direttamente in un linguaggio che oggi diventa veicolo di immagini e di significati».
– C’è una maniera giusta per entrare in contatto con la parola?
«In un tempo lontano era immediatamente diretta e quindi comunicante. In un tempo meno lontano si faceva ricorso, prima che la parola in sé comunicasse direttamente, ad un linguaggio intriso di metafore ma anche di retorica. Civiltà che restano come tradizione».
– Ce lo spieghi meglio, per favore…
«Semplice. Oggi la parola è superata dal comportamento, dalla gestione del corpo, dai segni, dalla figura fisica che si mostra con il suo modello di vestimento. Penso alla comunicazione social-mediatica. Una volta, in uno dei tempi detti, c’era l’estetica non solo come forma filosofico- letteraria. Oggi invece insiste la “desestetica”, ovvero sconfiggere l’uso della parola nella sua forma, prima di essere scritta o pronunciata».
– Mi pare un’analisi pessimistica…
«La verità è che viviamo in un linguaggio “coatto”, lasciatemi usare questo termine. Fatto ormai non di ricerca o di pensiero, ma di rottura con uno stile tradizionale. Di ciò chiaramente ne risente il giornalismo e tutta la pratica comunicativa parlata e scritta».
– In che senso professore?
«Ci sono alcuni aspetti, o meglio problemi, di fondo. Il primo è lo studio parziale della grammatica vera e propria che consiste anche nello studio della storia della parola, che è molto precaria. Il secondo di questi problemi riguarda uno “specifico” della comunicazione diretta di una parola in una collocazione vocabolarizzante. Ovvero, una parola più volte ripetuta, dai rapper ai conferenzieri, viene inserita subito nei nuovi vocabolari. E tutto questo è un male».
– Perché è un male?
«Perché un fatto del genere lacera la storia della parola e del linguaggio. Si lasciano passare terminologie giornalistiche come forme di nuovi linguaggi».
– Qualche esempio?
«Per esempio, la tanto abusata “far quadrare il cerchio” presenta una incapacità di parole significanti cedendo il passo ad un immaginario metaforico, allusivo, che esprime l’impossibile. Noi oggi siamo dentro questa scia dolorante».
– C’è una soluzione a tutto questo?
«Credo che il giornalismo potrebbe far ritornare alla estetica quella parola che crea il linguaggio di una comunicazione che resta come educatrice. Non lo dice più nessuno, ma il giornalismo, in questo senso, ha una pedagogia che tramanda fatti, eventi, storie attraverso l’uso di un vocabolario di parole. Quindi, ha un compito precipuo in un quadro di interazione tra generazioni. In una società in transizione è naturale che si muta. Ma è naturale anche sostenere che noi siamo il linguaggio che parliamo, e il giornalismo è nella misura e definizione di un suo vocabolario tra esercizio linguistico e “scenografia” di un impatto tra la cronaca e la tradizione».
– Sembra di sognare professore…
«Non mi dica che non ci crede, ma il bel parlare e lo scrivere connotano molto quello che si muove attorno a noi».
 Che giornalismo immagina per il futuro?
«Il coraggio di un giornalismo che non traduca la società e il reale, ma che abbia la forza di dare delle indicazioni precise proprio nell’uso della parola, nel descrivere, nel rappresentare, nel raccontare. Sarà tutto diverso, vedrete. (giornalistitalia.it)
Pino Nano