Pierfranco Bruni, valorizzare la cultura arbëreshe con una progettualità articolata e istituzionale

Pierfranco Bruni
Essere arbëreshe o amare gli Arbëreshe. Abitarli. Io li abito, ho eredità, li amo. Ma non basta. Per realizzare una progettualità bisogna andare oltre.
Soprattutto bisogna necessariamente andare oltre ciò che si chiama accademia. Restare dentro il pensare e il pensiero che è lingua, linguaggio, parola. È fondamentale cercare di legare/intrecciare tradizione, religiosità, storia con la letteratura che è alla base di una espressione linguistica, con le arti che sono manifestazioni complesse e articolate con i segni tangibili della creazione di una civiltà, con il rito che lega il tempo dell’Oriente con l’Occidente.
Tutto questo passa inevitabilmente sotto un modello che è dimensione antropologica. Il bene culturale immateriale necessariamente deve fare i conti con il patrimonio culturale materiale. La letteratura e la lingua in quanto immateriali del bene si confrontano necessariamente con le chiese, con la ghitonia, con le strutture e i reperti. I camini e il Bizantino delle chiese sono beni immateriali.<br>Le radici illiriche riportano, chiaramente, a un rapporto archeologico con il mondo balcanico che vive dentro i Mediterranei. La progettualità in questo caso deve nascere da tre epicentri: biblioteche, archivio, musei. La realtà degli Italo-albanesi deve entrare nei percorsi istituzionali ufficiali. Ovvero si ha bisogno di una “rete” nazionale ed euro-internazionale di tali forme strutturali che diano un senso veramente istituzionale.
Occorre una biblioteca nazionale degli Arbëreshe, un archivio e un museo che possano raccogliere le testimonianze di una storia e “provocare” modelli di fruizione e valorizzazione. La cultura arbëreshe deve essere la rappresentazione di un bene culturale tra il materiale e l’immateriale. Un “esercizio” che deve permettere di andare oltre le sette/otto regioni dove risiedono gli Arbëreshe.
Otto perché? La Legge del 1999 andrebbe ritoccata. Il Piemonte ha inaugurato un forte componente/nucleo di italo-albanesi. La questione della lingua va riconsiderata sul piano di una logica puramente linguistica. Bisogna fare in modo di creare una koinè unica pur e nonostante le forme varie di “parlate” locali. Ma la lingua italo-albanese deve avere una sua unicità.
È inutile insistere sulla diversità delle lingue. Non si esce dal problema che ha una sua esercitazione grammaticale e sintattica e ortografica. Da anni/decenni porto avanti questo aspetto. È giunto il tempo di unificare le lingue in una lingua unica. Il resto è provincialismo/paesanismo dialettale. Il Progetto deve puntare a tali capisaldi se si vogliono superare le nicchie. È bene che si affronti ciò con serenità, serietà, problematicità e dialettica.
Cerchiamo di fare un discorso alto e profondo. Identità, eredità, appartenenza. Soltanto filtrando ciò in un progetto valorizzante si può pensare alla rinascita complessiva di una cultura arbëreshe.
Il convegno svolto al Senato, organizzato dalla Associazione Crucitti, con la presenza, tra gli altri, del vice presidente del Senato Maurizio Gasparri, ha posto in evidenza proprio questo percorso.