Pirandello “Vorrei diventare un aggettivo”

di Gioia Senesi

Era il 1867. Ed era oggi. 28 giugno.

In una notte di giugno, agli orli di un altipiano di argille azzurre sul mare africano, come una lucciola cadde, nella terra del Kaos, Pirandello…quello a cui la maestra della scuola elementare chiese: “E tu, che cosa vuoi fare da grande?”…”Vorrei diventare un aggettivo”. E ci riuscì. Pirandello è quello di cui Gramsci disse: “Le bombe a mano del teatro pirandelliano”. Pirandello è certo quello del premio Nobel, ma soprattutto è quello delle grandi domande esistenziali che sempre l’uomo si è posto… Aggiunge, forse, qualcos’altro al classico “Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?”. A Pirandello interessa molto di più sapere: “Quanti siamo racchiusi in un unico corpo, in un’unica mente?”. Ci siamo illusi tante volte di aver trovato una risposta, poi all’improvviso è esploso il mondo, è arrivato il Novecento. È arrivato Pirandello. Il viaggio sarà una bugia? O una messinscena? È impossibile definire colui che ci ha insegnato che ogni definizione è falsa, ogni identità una maschera, ogni nome un’etichetta sociale che ci appioppano alla nascita contro la nostra volontà e che ci portiamo dietro come un fardello, come una gabbia che stringe peggio di una camicia di forza…al punto che…al punto che sarebbe il caso di avere Nessun Nome. Pirandello è l’atleta dell’identità, il palombaro del profondo che si munisce di scafandro e si cala giù e trova…trova i salotti ottocenteschi e li tramuta in stanze della tortura, in luoghi dove prendono forma le ansie, le angosce, le crisi di identità fino a rivelare l’inconoscibilita’ dell’Io. Che orrore per i baluardi del Positivismo così convinti di aver ormai il mondo, la natura e l’essere prostrati ai loro piedi. Tutto inizia a crollare e Pirandello, da bravo “umorista”, si accarezza il pizzetto e osserva. E vede che l’Ottocento rapidamente si frantuma lasciando le macerie a un secolo, il Novecento, che in sé è di una monumentale puerilita’. E viene travolto dalla vita che è un flusso continuo che invano cerchiamo di arrestare o fissare in forme stabili e determinate. Le forme possono anche darci l’illusione dell’inutile nostro lavorio, ma l’Anima, la vita che è in noi, eh…quella continua a fluire mandandoci il conto ogni istante. Flusso significa anche, per l’appunto, che l’uomo non è fatto di una sola identità, ma dieci, cento, mille, infinite e questo è intollerabile. Tale verità non la tollera la società che ci vorrebbe omologare, non la tollerano gli altri che ci assegnano un ruolo, e soprattutto non la tolleriamo noi che indossiamo un costume di scena e interpretiamo un personaggio. Chi comprende ciò, è destinato a soffrire, a essere deriso o preso per pazzo. Sarebbe lunga la carrellata dei protagonisti pirandelliani “che hanno capito”. Ciò che conta è che l’Autore, per ciascuno di loro, ci ha insegnato a riflettere con quel “sentimento del contrario” che, perlomeno, dovrebbe riavvicinarci all’umanità.

<< Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di ieri, del nome di oggi, domani. Se il nome è la cosa, se un nome è in noi, il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi e senza nome non si ha, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita. Ebbene, questo…questo “nome” che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi e la lasci in pace, e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria. Un nome conviene ai morti, a chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nome la vita >>.

BUON COMPLEANNO, PIRANDELLO 🎭

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