REDUCTIO AD UNUM , contributo a Dante il Sommo

di Gioia Senesi per Dante 2021
 
Non vi è alcuna incompatibilità tra l’esatto e il poetico.
Il numero è nell’arte come nella scienza, l’algebra è nell’astronomia
e l’astronomia confina con la poesia…
(Victor Hugo)
 
INCIPIT
Da un atto di superbia prende avvio la tragedia del mondo. È lì, in quel momento, che nasce il Male e Dio, nella sua infinita Misericordia, fa sì che quel Male abbia un luogo suo, circoscritto, recintato, un posto impermeabile che non abbia la capacità di contaminare nulla e nessuno al di fuori di chi, liberamente, scelga di vivere nel Male. Dio non crea il Male, ma crea per il Male una dimora. Giustizia mosse il mio alto Fattore / fecemi la Divina Potestate / la somma Sapienza e il primo Amore. E lo fa affinché il Male non dislaghi come la peste perché sa, già sa, che nel suo disegno è prevista un’altra creatura in grado di ristabilire l’ordine sovvertito da Lucifero, condannato a mostrare per l’eternità con le sue tre facce criminose, quanto vano sia aspirare ad essere la Trinità. La “nuova” creatura desiderata da Dio deve essere protetta dal Male. Quando Dio impone all’Uomo di non mangiare il frutto della Conoscenza non lo fa per una forma di dominio, di sottomissione. Non lo fa perché vuole limitare la libertà della sua Creatura. E non lo fa nemmeno perché vuole che la sua Creatura navighi eternamente imbambolata senza consapevolezza. Lo fa perché, come un buon padre, vuole che i suoi figli conoscano solo il Bene. Cogliere la mela equivale ad essere partecipi della conoscenza di Dio. Di ogni conoscenza posseduta da Dio. Che è onniscienza assoluta, totale. Da quel momento l’Uomo, infatti, conoscerà anche il Male. È questa la dannazione del genere umano. L’Uomo poteva vivere eternamente, senza fatica e senza dolore. E invece, ecco: sofferenza, duro lavoro e morte. Ma l’Amore di Dio è senza fine e ha donato all’Uomo la… #speranza.<br>
Un ricciolo di capelli biondi a scivolarle tra la fronte e le gote. Innaturale risultato di un tormento artificioso che l’indice della mano destra compiva contro le ciocche di tanto in tanto. A volte Gemma dava requie ai suoi capelli, e sfogava le sue angustie in altro modo: accendeva una sigaretta dietro l’altra, e i riccioli creati ora erano nel pulviscolo ingrigito dal fumo alla luce obliqua del crepuscolo. Schiacciata la cicca su un cumulo di altre, ecco che indice e pollice piombavano su una matita che prendeva, nervosamente, a tintinnare isterica colpendo, per qualche raro scatto sfuggito, la scrivania in disordine. Il piede destro pulsava, ritmando, sul parquet di un rumore che ovattato era restituito. Tutto era d’ovatta intorno a lei, come se Gemma si fosse perduta a sé stessa. Poteva quasi librarsi e vedersi da fuori, tanto si era estraniata da sé. Ogni fibra del suo corpo mandava, con quei gesti di reale turbamento, segnali di tensione.
Sentiva dentro sé una gran confusione. E non riusciva a rintracciarne il perché. Nomi, date, immagini, concetti macro e micro le aggredivano la mente e sentiva le ferite aprirsi da qualche parte, laggiù in fondo, dove nessuno può vedere. In quei luoghi che mai nessuno riesce a toccare. E non esistono rimedi o medicine o mani sacre a portare sollievo. Cosa le stava succedendo? Era solo paura? Una paura generica per gli esami di maturità o c’era qualcosa in più, di ineffabile, a tormentare il suo giovane cuore? E poi c’era quel tarlo che le ruminava dentro. Quel dannato approfondimento interdisciplinare per gli orali! Il prof era stato categorico: “Questo è l’anno dantesco, sarebbe il caso di partire da qui”. Non sapeva come fare, aveva una tale babele nel cervello! Ogni tema che provava a sviluppare si arenava a due/tre discipline: se si poteva collegare Filosofia, ecco che Fisica era scartata, se a collegarsi erano Italiano, Arte e Pedagogia, restavano fuori Matematica e Scienze… e poi Storia, come diamine la colleghi la storia del Novecento con Dante? Che poi Dante le stava proprio sulle scatole, stigmatizzata com’era nel nome che condivideva con quella povera donna di sua moglie costretta a sopportare in eterno “corna spirituali”! Forse doveva soltanto sedersi, accomodarsi senza scricchiolii di pelle, ossa e palpiti, in un cantuccio della sua stanza. E respirare. Visualizzare l’alluvione di… cose… e trovare l’incipit, la causa prima, di tutto. Ma erano giorni che Gemma viveva quella situazione inspiegabile. Era come se dentro di lei qualche bizzarro demiurgo stesse tentando di costruire una casa mescolando pietre, mattoni, sassolini, sabbia, legno, ed era ovvio che quella dimora avesse la resistenza di un castello di carte che al primo alito viene giù, vanificando una fatica che meticolosa e razionale non poteva certo dirsi. Viveva da tempo, più di un anno ormai, stretta nelle quattro mura della sua camera. A vederla con occhio sconosciuto, quella stanza poteva rassomigliare al dipinto di Van Gogh. Un letto, un paio di sedie, un tavolo. Poster dei miti del momento al posto dei quadri. Una finestra sul mondo. Certo, la camera di Gemma era molto più straripante di adolescenza e disordine, ma quella del pittore era senz’altro più colorata. Poiché i colori, a volte, non basta vederli sudare dalle pareti. Bisogna prima averli scialbati nell’anima. E da diverso tempo, ormai, quella di Gemma aveva preso per osmosi il colore delle sue sigarette, spente, nel posacenere. Le prime settimane aveva anche preso a contare i giorni e aveva provato a rendere memorabile quella insolita condizione testimoniando ogni attimo del suo vivere reclusa con foto-ricordo postate sui social, in cui gli hashtag fatti di poche parole simboliche avevano il potere di evocare mondi immensi, spazi aperti, speranze bramate, sogni inesplorati. Lo scorcio della campagna vista dalla sua finestra: #quasiprimavera. Un paio di scarpe da tennis a strisce gialle e viola: #torneremoacorrere. Un rametto d’ulivo abbandonato sopra il cuscino: #domenicadellepalme. Una coppia sfocata di passeri liberi nel cielo terso: #qualicolombedaldisiochiamate. Una candela crollata su una fetta di crostata: #compleannoinquarantena. La flebile rifrazione dei raggi solari sui vetri gocciolanti di pioggia che lacrimavano un po’ di giallo, un po’ di rosso, un po’ di verde… pastelli sbiaditi: #andratuttobene.  Ben presto si era accorta che quella stava diventando un’altra routine che toglie il respiro alla libertà. Per non parlare poi del fatto che la stessa sciocca idea era balenata alla mente di migliaia di suoi coetanei: non sopportava Gemma di essere scaduta nel vortice della generalità e, quindi, aveva accantonato questo quotidiano appuntamento con il diario virtuale finché aveva perso il conto di quante giornate erano ormai trascorse da quando il mondo si era fermato.
A ben vedere, però, quella confusione interiore che tanto stava turbando l’animo di Gemma era un’agitazione dovuta a qualcosa di “oltre”. Oltre il presente, oltre i suoi sciocchi esami, oltre l’attualità che tutti teneva ingabbiati e disperati di ogni domani. Era un’agitazione più impalpabile, immateriale, incorporea. Era più di natura esistenziale e filosofica. Riguardava l’indagine di sé come individuo. Avrebbe voluto contattare l’unica persona in grado di dipanare il groviglio emotivo che la attanagliava, l’unica persona capace di rintracciare quella “causa prima” facendole capire che quella confusione era solo apparente, che c’era armonia in ciò che percepiva, ma… ma quella maledetta connessione non funzionava mai.

– Ragazzi, mi sentite? (rumori di sottofondo indecifrabili). –Abbiate pazienza, non riesco ad accendere la webcàm (niente, non era proprio capace di dire “webcam”).
Un coro di voci assonnate, qualche sbadiglio, un accavallarsi di “Sì, prof, la sentiamo”. Qua e là per niente sporadiche giustificazioni del tipo “Prof, mi scusi, ho la connessione lenta, non posso attivare la fotocamera altrimenti mi crasha…” – “Prof, io ci sono però deve tenere microfono e webcam spenti sennò mi butta fuori, ma ci sono eh…”. La chat pullulante di simili messaggi. Confusi tra questi anche la comunicazione di esistenza in vita ad opera di Gemma, la sola, forse, a cui dispiaceva avere problemi di linea. Le aveva provate tutte per seguire le lezioni a distanza, ma non c’erano stati miglioramenti di wi-fi, fibra, hotspot da cellulare a liberarla dall’oblio dell’etere a cui era condannato quel remoto spazio di campagna in cui viveva. A Gemma faceva un po’ tenerezza il Professor Aureli. Alle soglie ormai della pensione tutto s’aspettava, poverino, tranne che essere catapultato h24 nell’ignoto regno del digitale. Quanta fatica per imparare ad usare le varie app e i dispositivi! Lo immaginava decisamente frustrato davanti al computer, costretto a starsene seduto, lui che quando spiegava sembrava un peripatetico. E chissà se non appariva a sé stesso ridicolo quando si rendeva conto di gesticolare, accompagnando la spiegazione, di fronte a tante caselle virtuali perennemente oscurate. E però, in tutto questo disagio, o meglio, nonostante tutto questo disagio, la voce che ogni studente sentiva entrare nelle proprie case era rimasta sempre quella traboccante di passione. Aveva le sue fissazioni, il Professor Aureli. Ne aveva a decine, come cronometrare i tempi per un più efficace apprendimento: ogni venti minuti di lezione-cinque minuti di pausa; oppure vestirsi di rosso il ventisette di ogni mese “contro l’invidia”; o anche lasciare l’automobile nello stesso preciso punto ogni mattina perché aveva calcolato che in questo modo soltanto avrebbe raggiunto l’obiettivo di settemila passi al giorno. Queste erano ubbie maniacali abbastanza comiche, altre invece erano quasi dei pallini imprescindibili alla definizione della sua personalità. Potevano così essere sintetizzati: fissazione per i numeri, per i Beatles e, la più logica trattandosi di un docente di Lettere, per Dante. A vederlo così, oggi, ben oltre la sessantina, non avresti detto che quel bizzarro insegnante con le sopracciglia troppo folte, ormai tendenti al grigio, un tempo era stato un giovane come loro, cresciuto a suon di Beatles e frasi alla Jack Kerouac. Uno i prof se li immagina sempre già adulti, laureati e incravattati. Eppure anche loro hanno avuto infanzie e adolescenze che spesso riemergono dai sonni di un passato stratificato sotto le scartoffie del posto fisso. “Vissi al tempo de li dei falsi e bugiardi”, diceva non di rado il prof, ironicamente, e i suoi alunni non coglievano il senso profondo: la libertà di citare Dante riferendosi ai Beatles. 
Spedito negli anni ‘80 in un paesino delle Marche dalla ridente Sicilia, non perdeva mai occasione di rievocare le proprie origini. Aveva una smodata predilezione per tutto ciò che rimandava alla sua patria, Siracusa, dal bellissimo teatro ai natali di Archimede. Archimede, naturalmente, considerato come erede di quel Pitagora che per primo notò il segreto legame che unisce il numero alla nota: l’archè, la sostanza primigenia, ovvero l’armonia. Gli studenti erano coscienti di questo punto debole: se non avevano tanto voglia di seguire le lezioni di letteratura italiana, bastava che qualcuno più sfacciato se ne uscisse con un “Eureka!” e subito partiva la profusione di allusioni, citazioni e rimandi che spaziavano dalla numerologia alla filosofia, dalla musica alla letteratura. «… è una scoperta, sì, una scoperta geniale! Vi sembrerà strano, ma vedete… non c’è un grande divario tra le lettere e i numeri. Bisogna vederli nel loro valore simbolico…». Il prof parlava e ognuno si faceva i fatti suoi. «Questa cosa della categorizzazione delle discipline…». Alcuni ascoltavano musica. «Anticamente non c’era questo intendere il mondo in maniera spezzettata. Tutto era ben amalgamato, armonico, collegato… connesso». Un gruppetto aveva persino imparato a giocare a battaglia navale “a distanza”. «Tutto ha inizio con un atto di meraviglia. Torniamo alle origini. A quella “reductio ad unum” tanto cara a Dante…». C’era perfino chi spegneva webcam e microfono e scendeva in cucina a farsi un panino. A nessuno interessavano quei vagheggiamenti inutili. A nessuno tranne a Gemma che la sola cosa che malediceva era quella connessione che perversamente, quasi fosse un bimbo dispettoso, si divertiva ad andare e venire, rendendo quei discorsi che tanto avrebbe voluto ascoltare degli smottamenti incomprensibili.
 

 
Come al solito quel giorno di tarda primavera, piovoso senza precedenti, non funzionava nulla. La connessione era sempre più singhiozzante. In verità più di sempre. Il suo cellulare vibrò e il display s’illuminò di una notifica che, ai tempi delle app, non si vedeva da anni: un sms. Era Giada che, in preda al panico, la informava che… Oddio, c’è stato un blackout da qualche parte nel mondo, i server sono tutti saltati… cioè, ti rendi conto che tragedia?!!? Non si può fare niente!! Siamo reclusi in casa e manco possiamo chattare, vedere una serie su Netflix… niente instagram, niente facebook, niente youtube. “Possiamo tornare alle origini”, fu la risposta di Gemma, che ebbe come replica immediata: “Ma che ti sei fumata? Ci stai con la testa? La capisci la tragedia?”. No, sinceramente non la capiva la tragedia, tanto era abituata a combattere quotidianamente con la sua connessione cadaverica. Anzi, sorrise un po’ beffarda all’idea che ora tutto il mondo condivideva con lei quel problema. E come si suol dire, mal comune mezzo gaudio. Che fare? Leggere un libro, sì, ma che noia. Una passeggiata sotto la pioggia battente? Romantico, ma cagionevole. Si mise, allora, a rovistare tra scatole che da anni accumulava riempiendole di ricordi, oggetti stravaganti, unici e irripetibili solo per lei, come poteva essere la cannuccia rosicchiata di quel drink preso al mare un anno prima, o il biglietto ormai sbiadito di quando la nonna l’aveva portata al luna park da piccolina, la prima corda rotta della sua chitarra, un campioncino di un profumo. E poi cartoline, fotografie, bigliettini risalenti a un’epoca che sembrava quasi preistoria, in un tempo in cui i ricordi ancora si costruivano sulla carta e non si affidavano all’etere. Non sapeva cosa stesse cercando di preciso Gemma in questo lavorio che a volte le strappava un sorriso, altre le disegnava una lacrima. Forse non stava cercando nulla in particolare, ed è proprio quando non ci sono aspettative che qualcosa irrompe, come fosse un’improvvisa illuminazione, a chiarificare ogni cosa. Eccolo, un impolverato mp3. Fu un attimo. La mente le volò a qualche anno addietro, il suo primo viaggio in Inghilterra, un ragazzino di nome Thomas, il saluto pieno di malinconia nel giorno del ritorno in Italia… e quel dono: “Così ti ricorderai di me, e ci sarà sempre un po’ di Inghilterra con te”. Un pensiero talmente inaspettato e gentile che Gemma non fu capace di ricambiare se non nel modo più spontaneo: senza tentennamenti, tirò fuori dallo zaino il suo mp3 e glielo mise tra le mani: “Così ti ricorderai di me, ci sarà sempre un po’ di Italia con te”. Sperava con tutta sé stessa che anni di incuria e abbandono non lo avessero messo fuori uso. Indossò le cuffiette e… miracolo: ancora si accendeva! Pigiò su “play” e ciò che accadde le cambiò totalmente la giornata e, forse, la vita. Giacché quello poteva definirsi un reperto archeologico dell’età contemporanea e, si sa, come diceva il prof. Aureli l’archè di tutto è l’armonia.
 

 
– Bene, ve lo confesso. La mia canzone preferita è Nowhere Man. È una canzone dei Beatles che vi consiglio di ascoltare. Ecco, questa canzone mi fa pensare a una figura simbolica. Intendiamoci, io non so se questa fosse l’intenzione degli autori. Diciamo che però, nella musica come nella poesia, ognuno può vederci cose molto personali. Del resto questa è la grandezza dell’Arte che è universale perché tocca il cuore di ognuno in maniera diversa. Ci chiama per nome. Ebbene, io in questa canzone ci ho sempre visto l’Uomo solitario, l’Uomo incompreso, l’eroe sofocleo, il poeta esiliato dalla propria patria. Voi mi direte che è un azzardo mettere in parallelo Sofocle, Dante e i Beatles. Sì, forse gli accademici già stanno con i coltelli in aria ma… che cosa si intende veramente per “Poesia”? Non è forse nella natura della Poesia essere eterna e universale? Essa, nella sua universalità, permette ad ognuno di noi, ad ogni singolo esistente, di avere –nei suoi confronti- un rapporto personale e particolare, non generale. E ciò perché la Poesia è universale nell’individuale. Pensateci. La Poesia è eterna e rende eterni, non conosce barriere temporali; è al di sopra della Storia, della contingenza ed è per questo che lega tutta l’umanità. L’Uomo Inesistente “vive”, ma in realtà non esiste perché evidentemente non è visibile, l’occhio dell’altro non lo guarda: in questo senso non gli viene riconosciuta la vita. Per un uomo come Dante, pienamente comunale, essere bandito dalla propria città equivaleva alla non-esistenza. Come doveva sentirsi Dante-NowhereMan sballottato da una città all’altra, exul immeritus, senza punti fermi, senza nessuno a cui affidarsi pienamente? Cosa aveva a tenerlo in vita? La Poesia. Isn’t he a bit like you and me?– canticchiò il Professor Aureli. Poi ritornò alla sua professionalità: -Quando Dante scrive
 
Se mai continga che ‘l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m’ha fatto per molti anni macro
vinca la crudeltà che fuor mi serra…
 
(La voce del prof arrivava a tratti ma Gemma poteva ancora percepirne qualche sprazzo…)
 
ritornerò poeta…
 
-Dante vuole dirci che grazie al suo glorioso capolavoro poetico spera di tornare a casa. È la speranza, ragazzi. Mai perdere la speranza. Ecco, tutto questo potete trovarlo nel canto…
 
(I singhiozzi, le scariche, le parole mozzate si fecero più frequenti finché non comparve l’infame notifica: “Hai perso la connessione”).
 

 
Al “play” la musica che inondò i timpani di Gemma ebbe l’effetto di una coincidenza divina. La canzone prese a cantare dal verso Isn’t he a bit like you and me? Impossibile a credersi. Dopo quattro anni di silenzio un mp3 veniva rimesso in funzione e non solo c’era quella canzone, di cui lei non sapeva nulla fino al giorno prima, fino a quando il prof Aureli non aveva deciso di fare una lezione strampalata tra Dante e i Beatles, ma… ma addirittura aveva ripreso a cantare dal verso fondamentale citato dal prof stesso. Se non era l’Universo, quell’armonia di numeri, lettere e note a parlarle, cos’era? Come d’incanto tornò la connessione, se ne accorse Gemma dal lampeggio convulso sul display del cellulare. E d’improvviso, in un attimo, ebbe tutto chiaro, nitido, preciso nella mente. Prese il cellulare e digitò poche parole: Nowhere Man-anno. Paradiso-canto-speranza. Giusto il tempo di leggere una data e un numero romano e la connessione cadde di nuovo. Ma ora aveva a disposizione tutto ciò di cui aveva bisogno. Eureka!

 
Quello era l’anno dantesco. Non c’era via d’uscita. Il web, le tv, i giornali, ogni mezzo d’informazione pullulava di programmi e hashtag dedicati a Dante, anche volendo non potevi ignorarlo. E il monito sempre vigile del Prof. Aureli che invitava, anzi imponeva, a “partire da qui”. Certo, ma… ma perché celebrare la morte? Celebriamo la vita. Nowhere Man, la canzone dell’eroe solitario che… “non assomiglia un po’ a te e a me?” era uscita nel 1965. Folgorante analogia del magnifico mondo della numerologia che creava un ponte tra la scienza matematica e il sentimento insito nella musica e nella poesia. Settecento anni dopo la nascita di Dante. Eccolo l’approfondimento per gli esami per cui Gemma da giorni dentro sé disperava e non ne sapeva la reale causa. La motivazione era sempre stata lì manifesta se non fosse stato per le bizze della connessione. La comunione che c’è in tutta la conoscenza. Senza spartiacque contemporanei a dividere in settori divenuti ormai sempre più specialistici. Un ritorno alle origini, all’unità primigenia che non confonde né mescola, ma amalgama in perfetto equilibrio armonico quelle che oggi sembrano discipline opposte perché opprimente è l’abitudine a parlarne in termini di “umanistiche” vs “scientifiche”. Questa era la Reductio ad Unum che stava restituendo a Gemma quella serenità emotiva da troppi mesi logorata. Il tormento che lentamente e inesorabilmente le avea il cor compunto era dovuto alla cecità di cui parlava la canzone dei Beatles: he’s as blind as he can be, just sees what he wants to see… anche lei aveva i paraocchi e non riusciva a vedere che la soluzione a tutti i suoi supplizi era affidarsi all’armonia di numero-nota-lettera. Sfogliò, impaziente, il Paradiso finché non trovò il canto che la connessione ballerina aveva mozzato sul più bello.
 
Fa risonar la spene in questa altezza (Par. XXV, 31)
La spene, che là giù bene innamora (Par. XXV, 44)
«Spene», diss’io, «è un attender certo»
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto. (Par. XXV, 67-69)
 
Mai smettere di sperare, aveva detto il Prof. Aureli. Tanto vero per quanto è lapalissiano. Vivere è sperare, e quanto più è difficile il momento che si vive, tanto più ostinata deve essere la speranza. La speranza è una attesa certa, promessa che mai tradisce, e allora davvero, scovato questo mistero, come Gemma comprese, l’inverno avrebbe  un mese d’un sol dì. Prese un foglio di carta Gemma e cominciò a buttar giù qualche idea. Parole-chiave. Nuovi hashtag. #nowhereman #paradisocantoxxv #dante #beatles #dantebeatles #1265 #1965 #700annidallanascita #oggi #756annidallanascita #celebriamolavita #gemma #nondonati #venticinquegiorniagliesami.
 
Di una cosa era certa, finiti gli esami avrebbe tentato di rintracciare Thomas sui social. Ovvio, sempre se la connessione fosse stata clemente. Ci sperava! #speranza
 
 
 
 
…L’anima dell’uomo ha tre chiavi che aprono tutto:
la cifra, la lettera, la nota.
Sapere, pensare, sognare.
(Victor Hugo)