Simon Bolivar “El Liberator” 1783-1830

di Gianluigi Chiaserotti

Cadono quest’anno, ed esattamente il 24 luglio, i duecentoquaranta anni dalla nascita di Simòn Bolìvar il famoso “El Libertador” sud americano.

Fu, senza dubbio, un rivoluzionario, ma intelligente, scrupoloso, colto e quindi l’anima dell’indipendenza sud-americana.

Simòn fu un aristocratico, romantico, impetuoso, il quale, giovanissimo, sposò gli ideali repubblicani e la causa dell’autonomia venezuelana.

Con la sua aperta, franca e tenace rivolta alla monarchia di Spagna, il futuro “Libertador” di ben cinque paesi diveniva la bandiera dell’indipendenza.

Ma vediamo la situazione latino-americana!

All’inizio del Secolo XIX si maturava lo sfacelo dell’impero coloniale spagnolo. Infatti esso aveva, per secoli, sfruttato le colonie dell’America Meridionale in sostanziale regime di monopolio e ciò significava che esse potevano avere rapporti commerciali solo con la madre patria.

Eppoi le cariche civili, militari ed ecclesiastiche erano riservate esclusivamente ai nativi del Regno di Spagna. Venivano quindi esclusi gli “indios”, quasi servi della gleba; i “meticci”, discendenti delle unioni di donne indigene con i conquistatori spagnoli ed i “criollos” discendenti degli spagnoli trapiantati nel nuovo mondo: non numerosi, ma spesso assai ricchi ed abbastanza colti.

Ed è propriamente dal malcontento di questi ultimi, che riuscirono ad avere qualche contatto commerciale con i mercanti inglesi (fu grazie anche alle idee illuministiche intraviste nella nuova dinastia dei Borbone di Spagna che fu accordata a costoro qualche concessione commerciale), che è dovuto un inizio di rivolta verso gli spagnoli.

E fu così, cadendo la Spagna sotto la Francia Napoleonica, che scoppiò la crisi delle colonie.

I “criollos” cacciarono,  i governatori spagnoli e quindi indebolirono i governi provvisori.

Simòn  Bolìvar (Josè Antonio de la Santìsima Trinidad Bolìvar y Palacios de Aguirre, Ponte-Andrade y Blanco) nacque in Caracas (Venezuela) appunto il 24 luglio 1783, quale quarto figlio di Don Giovanni e Maria Concetta Palacios.

Fu battezzato, il 30 luglio, nella Cattedrale di Caracas.

Morto il padre (1786), Simòn ebbe quale primo educatore Don Simone Rodriguez, eppoi, negli studi secondari, fra tanti altri docenti, Don Giuseppe Antonio Negrete e l’illustre poligrafo Don Andreas Bello.

Scomparsa anche la madre (1792), il Nostro si imbarcò per la Spagna.

Qui proseguì i suoi studi di storia, delle lingue e delle scienze.

Tra il 1800 ed il 1801 si recò a sud della Spagna ed in Francia e, rientrato in Madrid, si unì in matrimonio con Doña Maria Teresa Rodrìguez de Toro.

Il Bolìvar ritornò in Venezuela e, il 22 gennaio 1803, rimase quindi vedovo ma senza figli e fu proprio il momento in cui si cominciò ad occupare dei terreni avuti in eredità dal padre.

Era quindi un “criollo”.   

Ma fu l’immatura scomparsa dell’amata sposa a fargli mutare credo politico e quindi a tornare in Europa; è lui stesso che lo scrive nel suo diario:

«se non fosse morta la mia buona sposa, io non avrei fatto il mio secondo viaggio in Europa e non mi sarebbero venute tutte le idee che durante esso mi son venute. La sua morte mi mise sulla via della politica e mi fece seguire il carro di Marte invece dell’aratro di Cerere».

Ritornato in Europa, assistette (1804) all’incoronazione di Napoleone. Ma se egli stesso sino a quel momento si sentiva attratto dal giovane Còrso, non esitò per quest’occasione a criticarlo e biasimare la nazione francese.

Quindi fu in Italia, visitando Torino, Milano e Roma.

E fu nella Città Eterna che il Bolìvar, in cima all’Aventino, attratto dalla bimillenaria storia romana e da questa “terra sacra” che giurò solennemente la libertà del Venezuela  («Juro sobre esta tierra sacrada la libertad del Venezuela»).

La sua era un’idea di creare una grande repubblica di Colombia.

Il Nostro quindi tornò in Venezuela.

Era il momento in cui fallì completamente la seconda spedizione del generale Miranda e Bolìvar, apparentemente allontanatosi dalla vita politica, attese il momento opportuno per agire. L’occasione giunse dalle notizie della guerra per l’indipendenza spagnola e l’usurpazione della Francia e di Napoleone (luglio 1808).

Si organizzò una Giunta Provvisoria in Caracas, la quale  iniziò la sua opera di preparazione del Primo Congresso del Venezuela ed inviando Simòn Bolìvar con Luis Lopez Mindy in Inghilterra al fine di convincere gli inglesi che questa giunta si sforzava a conciliare gli interessi particolari degli abitanti del nuovo mondo con quelli dell’impero spagnolo e soprattutto chiedergli di intervenire presso la reggenza spagnola per far riconoscere la nuova autorità del Venezuela  ed invocare l’aiuto marittimo contro Napoleone.

Fu il primo successo del Nostro.

Infatti gli inglesi, interessati naturalmente ai traffici commerciali, lo nominarono “Ambasciatore d’America”  e gli concessero la loro mediazione tra il governo spagnolo e le colonie.

Simòn rientrò in patria e, su sua petizione al Congresso (17 gennaio 1811), fu proclamata l’indipendenza e lui medesimo propose una costituzione federale tipo quella nord americana.

Ma codesto primo sogno de “El Libertador” sprofondò l’anno seguente, quando il generalissimo Miranda capitolò la resa con gli spagnoli ed il Nostro, disgustato da comportamento dei patrioti, emigrò (14 novembre) a Cartegna nelle indie dove pubblicò i suoi scritti.

E questi dimostrano che Bolìvar non era un semplice “caudillo”  rivoluzionario, ma aveva qualità di statista non comuni.

Approfittando dell’insurrezione della Nuova Granada e nominato colonnello, il Nostro occupò le provincie venezuelane di Mérida e di Trujillo.

Ecco il suo grido:

«Spagnoli cantate sulla morte anche se siete innocenti. Americani contate sulla liberà anche se siete colpevoli».

Poco dopo (6 agosto) continuando la sua avanzata tra le Ande occupava Bariina e Valencia ed entrava proclamato “El Libertador”.  

Ma in Occidente iniziava la reazione.

Bolìvar pubblicava il suo progetto sull’equilibrio politico internazionale nei due continenti e sull’unione difensiva dell’America contro il sussistente pericolo europeo. Praticamente egli propugnava la tesi di un’America formata da pochi grandi stati seguenti la medesima politica.

Ed ancora una volta si formò un vuoto intorno all’Eroe.

Egli era (2 gennaio 1814) quasi considerato un dittatore e il popolo gli fu avverso.

Abbandonò la capitale e si rifugiò a Bogotà, ma anche qui, invidie e gelosie prevaricarono.

Il Nostro quindi andò in Giamaica ed Haiti.

Tentò di affrontare le truppe spagnole, aiutato dal presidente Petion e dall’armatore Brion, ma con sfortuna e, nell’agosto ’15, rientrò in Haiti.

Ma il credo ed il ruolo di “Libertador”, il Bolìvar lo aveva ormai nel sangue.

Sul principio del ’16 è nuovamente alla testa dei patrioti di Margarita, e (ottobre ’17), la capitale dello stato venezuelano  è stabilita in Angostura.

Poi nel ’19, Simòn Bolìvar attraversa i Llanos, risale le Ande, vince a Boyacà ed il 9 agosto entra trionfante in Bogotà.

Qui organizzò lo stato, ne dette le direttive eppoi (11 dicembre) ritornò in Venezuela.

Nel Congresso propose l’unione di tutti i territori venezuelani, dell’Equador e della Nuova Granada, e ciò nella repubblica della Grande Columbia.

Il 17 dicembre questa è fondata e lui ne viene proclamato il primo Presidente.

Un successo, un apoteosi personale e tanto meno prevista.

Nel suo primo proclama sostiene che ci sarà una nuova campagna per l’indipendenza – suo cavallo di battaglia e chiodo fisso – per il meridione della Nuova Granada e per la liberà di Equador e Perù.

Gli Spagnoli iniziarono a temere veramente il Nostro e forse, per la prima volta, poiché egli apparve non più un rivoluzionario – anche se a nostro modesto parere non lo fu mai – ma un utopista, un grande stratega ed un ottimo e colto uomo di Stato.

Ed infatti gli spagnoli danno inizio alle pratiche per l’armistizio. Ma le trattative saltarono poiché Simòn voleva parlare direttamente col comandante, generale Morillo, e non con i suoi legati.

Anche codesto lo ottiene ed il 25 novembre 1820 viene stipulato un trattato per cinque mesi di tregua.

Ma fu tutto fumo negli occhi.

Infatti Bolìvar, aprile 1821, riprende la guerra contro gli odiati spagnoli perché non gli riconobbero l’indipendenza della repubblica di Columbia.

Nel Primo Congresso, 6 maggio 1821 (da ventiquattro ore era scomparso Napoleone I), il Nostro nuovamente rinuncia alla presidenza, ma nuovamente viene riconfermato a  conservare il comando degli eserciti.

Con essi il 21 giugno ottiene una smagliante vittoria contro gli spagnoli a Carabobo, con la quale termina il loro potere coloniale ed “El Libertador” entra nella sua Caracas ed il 3 ottobre 1821 giura la costituzione della Repubblica di Columbia.

Egli ormai è forte ed invia il suoi ambasciatori in Messico, in Cile per trattare una lega sud americana del tipo dell’Europea Santa Alleanza.

Ma codesta convenzione doveva avere come fine l’arbitrato internazionale e la delimitazione delle frontiere secondo il principio dell’”uti possidetis iuris”.

Negli anni seguenti il Bolìvar riesce anche a liberare il Perù.

La guerra quindi è conclusa.

E’ l’apice della vita del Nostro ed in questo stesso momento inizia la sua decadenza, ma non per sua volontà, anzi tutt’altro.

Egli volutamente entra nell’ombra.

Cercò e si sforzò di placare gli animi intestini alla grande repubblica di Columbia, ma tendenze separatistiche, invidie di suoi stessi patrioti con lui combattenti emergono ingiuriandolo ed offendendolo.

Lo sdegno è profondo.

E lo è di più per i popoli che lui medesimo aveva liberato, sacrificandosi per tutta la vita.

Ma qualche ulteriore soddisfazione la ebbe anche in questo periodo. E cioè quando il Perù, che lo aveva proclamato “padre e salvatore”, gli chiese di redigere una costituzione. E per codesto che l’Alto Perù di disse “Repubblica Bolìvar”  e quindi l’attuale Bolivia.

Nel 1827, il Nostro è sempre Presidente della Repubblica di Columbia, ma gelosie ed invidie emergono più che mai, e Simòn Bolìvar è ormai stanco.

Il 24 gennaio 1830, dimessosi da presidente, anche se il Congresso non lo voleva, parte per l’estero.

Si reca a Cartagena ove è implorato a rientrare in Bogotà per cercar di placare l’anarchia scatenatasi durante la sua assenza.

Ma la salute è precaria e le sue energie al capolinea.

L’assassinio del di lui fedelissimo Sucre anticipa rapidamente la fine ed aggravano il male (tubercolosi) e Bolìvar si spegne lentamente amareggiato nel profondo dell’animo.

Scrive il 25 settembre 1830:

«i tiranni del mio paese mi hanno tolto la patria. Io non ho più patria a cui offrire il mio sacrifizio.».

Il 17 dicembre 1830, a soli quarantasette anni, “El Libertador” muore nella tenuta di San Pedro Alessandrino, nelle vicinanze di Santa Marta.

Le invidie  e la cupidigia di potere degli uomini fanno sì che solo nel 1842 le spoglie mortali del Bolìvar siano solennemente traslate in Caracas.

Vediamo brevemente il pensiero politico del Nostro.

Sulla sua formazione spirituale del “Libertador”, senza dubbio, influirono i pensatori europei del Secolo XVIII: Montesquieu e Rousseau in particolar modo.

Ma la situazione sud americana, il suo stesso comportamento generale, cioè il rispetto che il capo vuole nella forza costituita eppoi l’esperienza di anni di lotta nella sua terra natia, indussero il Nostro a tendere per concezioni in netto contrasto con quelle liberali.

Non è un ripudio, soprattutto degli ideali della Rivoluzione Francese, ma una necessità, anche spesso egli parla di popolo – come una fonte di ogni legittimità – ma che poi il fine è un governo forte che sia in grado di combattere l’anarchia imperante nelle fragili democrazie sud-americane.

E quindi fu egli stesso a combattere i liberali del suo paese e cercò di rafforzare il potere esecutivo contro la teoria dell’equilibrio dei tre poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario.

Il suo pensiero, naturalmente, era sempre un governo federale, come il più perfetto, ma ciò lo sconsiglia alle giovani repubbliche latino americane propense a cadere sempre in rivalità di partito o di fazione.

Quindi c’è chi lo definì monarchico per questo suo tendere al potere centrale.

Ma Simòn pensava e vedeva ogni cosa come un repubblicano.

La monarchia gli appare un “frutto esotico”, un prodotto non trapiantabile nella terra americana.

Disse al Congresso di Angostura del 29 luglio 1828:

la monarchia è «hermosa quimera de la perfeccion social»; «la mas grande cosa che ha tenido la vida humana, el coloso de las seductorias ilusiones»; ma si riferiva il Bolìvar anche un po’ alla Rivoluzione Francese contro il potere centrale, che poi abbraccerà.

Praticamente il Nostro tendeva, e lo si è visto più che mai verso la neonata Bolivia – sua vera creatura – ad una presidenza vitalizia con facoltà di nominare il successore che il corpo legislativo si sarebbe limitato a prenderne atto.

E questa è dittatura.

E’ un governo paternalistico più simile certo alla sostanza – ne non nella forma – al dispotismo illuminato del Secolo XVIII che ai progetti liberali spagnoli europei del tempo.

Libertà ed eguaglianza civile sono fondamentali, ma quelle politiche passano in secondo piano.

Ancora. Come abbiamo visto e di già detto il Nostro tese nella sua vita ad una confederazione latino-americana, ma si limiterà alla Bolivia e Repubblica di Columbia  con una costituzione, una bandiera, un esercito, una capitale centrale.

Tutto è molto bello. Ma tutto resta un’”araba fenicie” ed un’amara disillusione.

Simòn Bolìvar fu prima di tutto un nazionalista.

Fu un uomo che sacrificò tutta la sua vita per il bene e per la libertà del Sud America.

Un Sud America che tuttora è sempre in procinto di cadere in balìa di rivalità di partito.

Un Sud America non stabile, perché non è stabile il sentimento del popolo.

Un popolo che prova un fermento interno al proprio carattere.

Bolìvar, a nostro parere, indicò la strada da seguire.

Ma egli non fu un rivoluzionario per essere un rivoluzionario.

Era, tra l’altro, di ottima famiglia, ed anche facoltosa.

Egli fu intelligente, scrupoloso, scaltro e proprio nel momento in cui gli stessi popoli liberati lo offesero, uscì, come abbiamo visto, spontaneamente di scena, ma colmo di dolore.

Ogni qual volta un paese latino-americano si rivolta o cade in balìa di fazioni o di militari, crediamo che pensi al Bolìvar ed al suo stile di vita.

Una vita che fu ricca di soddisfazioni, ma anche di amarezze.

Ma è anche vero che se il Sud America fosse stato una repubblica federale, come il Nostro progettò, non ci sarebbe l’instabilità che tuttora regna.

Noi crediamo che Simòn Bolìvar viva oltre il tempo e con lui la sua “araba fenice” – “che ci sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa” –  e con essa tenti tuttora di illuminare la vita delle popolazioni del Sud America.