Ugo Foscolo torna a Firenze

di Franca De Santis

Firenze, estate 1871. Nella città che si accinge a cedere senza rimpianti e senza polemiche lo scettro della capitale, un avvenimento fra cronaca e storia: il rientro delle spoglie mortali di Ugo Foscolo dal piccolo, appartato cimitero di Chiswick vicino a Londra, per essere tumulato in Santa Croce, il tempio delle <<Itale Glorie>> celebrato nei verso memorabili dei Sepolcri e consacrato dalle spoglie di Alfieri.

Nelle pagine della Nuova Antologia un giovane professore-parlamentare di sinistra, Francesco De Sanctis -che ha affidato alla stessa rivista, in quegli stessi anni, alcuni capitoli della Storia della Letteratura Italiana– si interroga sulle ragioni di un mito, sul perché del fascino tutto particolare che Foscolo esercita sulle nuove generazioni.

Un fascino che si tinge dei colori del romanticismo, del patriottismo, del sacrificio per i popoli oppressi. Una vita tutta romantica, quella del Foscolo. Una vita che sembra una leggenda. Nato a Zante il 6 febbraio 1778 (l’isola era sotto Venezia) da madre greca e padre veneziano, si trasferisce ben presto nella città lagunare, dove frequenta assiduamente la Biblioteca di San Marco e si impadronisce dei classici latini e greci, italiani e stranieri. Si respira ancora il clima della <<Grande Venezia>>; è l’interprete di una gloriosa secolare storia, ormai in via di estinzione, giunta al suo epilogo autunnale.

Foscolo nel ’93 ha quindici anni. Già recita versi. Il suo eroe è Alfieri, gli autori prediletti sono Plutarco, Tacito e Machiavelli. Lo scopo della vita è la gloria, realizzare grandi imprese, degne di essere tramandate ai posteri.

Bonaparte si affaccia alle Alpi e grida libertà. Foscolo gli concede intera la sua fiducia, si esalta, si illude. E’ il trattato di Campoformio a richiamarlo alla brusca realtà dei disegni napoleonici. E’ la delusione tremenda del ’97 che pesa su di lui, che lo isola. Il poeta si apparta, medita perfino il suicidio. Foscolo ha creduto davvero nella libertà, nella dignità, nella virtu’. Una solitudine che gli ispira il sonetto all’Italia e quello a Zacinto: dove già si avverte, come presentimento Giacomo Leopardi:

Tu non altro che il canto avrai dal figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

E’ lo stato d’animo che genera Jacopo Ortis, un personaggio alfierano, nome sotto il quale Foscolo <<scriveva se stesso>>. Venezia tradita, gli affetti familiari perduti, l’uomo senza patria, senza famiglia e senza Dio, con l’angoscia del vuoto di una vita contraddittoria: nella tragedia individuale c’è intera la tragedia nazionale.

Foscolo vive nella rivendicazione delle <<antiche tracce>> della nostra civiltà in polemica con quanti vorrebbero fare del romanticismo una puntigliosa e pressoché scolastica imitazione di modelli stranieri; nel proposito di richiamare gli italiani all’amore per la storia e piu’ in generale per tutti gli studi <<i quali possano raddrizzare le menti, per poi scaldare il cuore degli italiani>>, dal momento che i tempi non consentivano di trattare apertamente i temi e i problemi di ordine politico.

Ultimo cavaliere errante dei tempi moderni Foscolo esule ha chiuso l’esistenza terrena lontano dalla patria di elezione <<che nelle ultime ore della sua vita ha tanto maledetta, perché l’ha tanto amata>>.

Romanticismo e coscienza nazionale si saldano. Quella certa idea dell’Italia parte dalle vecchie Repubbliche: le stesse che invano Machiavelli aveva cercato di servire nella <<sua>> Firenze